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I lupi azzurri: le ragioni del diavolo nero PDF Stampa E-mail
Lunedì 23 Agosto 2010 16:24
Affrontare la questione dell'’immigrazione lasciandosi fascinare dal libro “I lupi azzurri” di Franco Giorgio Freda significa molto più che cimentarsi senza tabù nell' ’ambito di una questione pesantemente ideologizzata; vuol dire rompere senza indugi  il più grande, il più indicibile, il più indiscutibile, il più intangibile tabù del nostro tempo, quello della razza, avvicinandosi alla annosa questione  attraverso la Weltanschauung di chi, segregato in un ristrettissimo chiostro ideale, si dichiara apertamente razzista.
L'’originalità della scelta, un piccolissimo, “maledetto” editore che si definisce nazifascista e che ha subito vent’anni di processi e di galera, è quasi imposta dalla sterminatezza della bibliografia che ha sviscerato l'’argomento “migranti ”da ogni possibile angolazione rimanendo però nell'’ambito di quella pedagogia democratica ( o presunta tale o spacciata per tale ) alla quale, per una volta almeno, sarà salutare sottrarsi.

I lupi azzurri sono i banditi, cioè gli espulsi, nello specifico i membri di un sodalizio nato nel 1990 e sciolto dieci anni più tardi. Il libro, egregiamente curato da Giovanni Damiano, riporta i documenti del Fronte, i tentativi di sensibilizzazione della popolazione, attraverso i manifesti e le relazioni del  reggente, Franco Giorgio Freda, diavolo nero della storia giudiziaria più  travagliata d'’Italia, il processo di Piazza Fontana.
Leggerlo, soprattutto per i giovani, più facilmente vittime di quel conformismo di stile e di pensiero che ha ormai infettato mortalmente la società contemporanea, è senz’altro esercizio raccomandabile malgrado la “densità” e l'’ampiezza delle prospettive introdotte dal testo richiedano una malleabilità, una propensione al nuovo e all'’”ardito” che i nostri giovani, ampiamente indottrinati, raramente posseggono .
Potrebbe aiutare una audace originalità o la spregiudicatezza della età primaverile, ma anche di tali virtù  si persero ormai le tracce e vecchi più dei vecchi sono i giovani ventenni, venuti al mondo proprio quando nasceva il Fronte.
Non da tutti  la capacità di entrare in quello spazio ideale inappellabilmente marchiato dalla saggezza moderna  come inaccettabile; temerario avventurarsi in quel mondo claustrale così inconcepibile da non esser più nemmeno indagato e dunque cristalizzatosi in quella compostezza elitaria e superba, incontaminata e lontana che lo rende sideralmente opposto, visceralmente avverso alle urgenze buoniste della  nostra epoca.
Non più pronunciata, la parola razza è stata, negli anni della repubblica degli eguali, deformata.
Comunemente si intende per razzismo lo sprezzo volgare e davvero intollerabile verso chi non appartenga al proprio ceppo etnico: razzismo, questo, da stadio, da ubriachi, da feccia, ma il razzismo frediano, Leitmotiv del libro, è ben altra faccenda, chiarita sin dalle primissime pagine del testo con una inequivocabile citazione evoliana: ”razzismo significa non disprezzo delle altre razze, ma fedeltà alla propria razza”.
Il razzismo frediano è il sentimento di “chi sente dentro di sé come radici arcaiche i fondamenti della comunità razziale cui appartiene”. Razzista sarà dunque colui che, lungi dal disprezzare le altre razze “conferma il vincolo che lo richiama alla propria…, lo avverte con i sentimenti, lo testimonia con i pensieri, lo rafforza con le opere”
“I lupi azzurri” racconta  la storia di un manipolo di uomini che, ravvisando una imminente catastrofe nella ’alluvione degli allogeni  nel nostro Paese,  cerca di opporsi al fenomeno che viene considerato un vero e proprio “suicidio razziale”.
I morenti popoli europei, avvisava il reggente  già vent’anni fa, saranno sostituiti non da altri popoli, ma da una massa informe, anche loro individui senza più patria, senza identità, senza razza, privati di sangue e radici.
Vent’anni dopo costatiamo la povertà drammatica della società multirazziale, la inconsistenza della multietnicità, la brutalità del multiculturalismo che storpia invasori ed invasi, depaupera il mondo, stupra le civiltà. Milioni di orde sbandate giunte in Italia e, malgrado i patetici tentativi di occultamento delle cifre, un incremento abnorme del crimine.
Il razzismo di Giorgio Freda però  ha toni di lucidità invidiabile, quanto di più lontano si possa immaginare da quella volgarità  “da stadio” che è lo sfogo bestiale delle masse, appunto, e non dei popoli. Le razze, per Freda, non sono equivalenti e tantomeno omologabili. Ogni razza ha un suo posto, una sua forma specifica, una sua fisionomia anche spirituale per cui “solo entro le singole razze sarà possibile parlare in termini di superiore ed inferiore”.
Nessuna sopraffazione perché è assente ogni concetto di superiorità, ma razzismo dal quale nessun popolo che tale voglia rimanere può prescindere. Si cita la magnifica sintesi di Goethe: “io ho viaggiato fino a Roma per diventare un vero tedesco”.
L'’identità di un popolo si scopre solo nella relazione con altri popoli; nella custodita differenza la vitalità delle stirpi, nel meticciato la morte.
Quasi alla fine del libro, nell'’appendice, il prezioso intervento Di Aldo Brandirali che racconta di essersi imbattuto in un corteo di solidarietà con gli immigrati extracomunitari. Ad un certo punto qualcuno urla “GRAZIE A DIO UN GIORNO SAREMO TUTTI MULATTI”.
Scrive Brandirali:” di fronte a questa mostruosità mi ha assalito l'’orrore, nella consapevolezza che (..….) ciò che volevano da me era che io perdessi me stesso: così come volevano che perdesse se stesso anche l'’altro, anche la persona di colore nero, trasformato in mulatto per la gloria del potere omologante di uomini che sono disposti a fare giustizia sociale incarcerando nell'’unico colore grigio tutti gli uomini”.   “I lupi  azzurri “diventa, quasi paradossalmente, il libro della multietnicità, di coloro che auspicano che davvero il mondo rimanga di proprietà  di tanti popoli, tutti diversi, distinti, distanti: ad ogni popolo la sua terra, ad ogni terra il suo popolo.
Una lettura impegnativa, una prospettiva nuova ed un pericolo incombente: quello di dar ragione al diavolo nero!



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