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La soggezione cattolica al culto della laicità PDF Stampa E-mail
Venerdì 02 Luglio 2010 17:19
La totale assenza di ragioni filosoficamente plausibili atte a fondare una pretesa omogeneità di valori tra laici e cattolici obbliga a riconoscere che il dialogo, presupponendo un confronto tra posizioni diverse o antitetiche, stravolgerebbe la sua naturale funzione dialettica qualora pretendesse di camuffare la divergenza di prospettive teoretiche e spirituali mediante comode e superficiali disposizioni conciliatrici.
Il cattolicesimo, in virtù dei suoi presupposti soprannaturali, si è storicamente concretizzato in una cultura i cui postulati si configurano in una relazione di radicale estraneità e avversione alle pretese tipicamente laiche di autonomizzare la ragione umana dai fondamenti della divina Rivelazione.

Non risulta difficile cogliere l’intrinseca contraddittorietà  di qualunque ricerca speculativa volta a individuare impossibili convergenze tra una posizione fondata sulla centralità del Mistero trinitario e la presunzione immanentistica di compiere una totalizzante razionalizzazione della storia nei parametri forzatamente riduttivi di una ragione indebitamente sottratta alla sua costitutiva finitezza e intesa quale suprema istanza normativa della realtà.
La sollecitudine con la quale da parte cattolica si ritiene possibile o addirittura auspicabile una condivisione dei “valori laici”, si presta ad alcune obiezioni difficilmente confutabili: ammettendo che l’accoglimento di comuni prospettive etiche sia realizzabile su un piano pragmatico, occorre osservare che i valori, in ragione della loro qualificazione eminentemente assiologia, sono ontologicamente preordinati a dirigere la condotta personale nelle differenti e specifiche contingenze della vita; sarebbe perciò gravemente erroneo presumere di esaurire ciò che per sua connaturata costituzione partecipa dell’Essere alla dimensione mutevole delle vicende contrassegnate dagli inevitabili condizionamenti storico-temporali.
Non è inopportuno chiedersi da che cosa sia ispirata la pertinace propensione irenistica a sottovalutare le profonde e incolmabili differenziazioni che contrappongono la Verità rivelata alle filosofie di varia intonazione razionalistica; si può ragionevolmente affermare che la tendenza caldeggiata da non pochi esponenti della Gerarchia ecclesiastica a conciliare il cristianesimo con una mentalità aliena alla sua essenza mistica e soprannaturale, risieda nel progetto di additare all’umanità disorientata dalla crescente secolarizzazione, un comune orizzonte etico-culturale dominato dalla vacuità pacifistica e filantropica, che si rivela perfettamente congeniale alle finalità anticristiane del mondialismo massonico.
Si è accennato come i valori, prospettandosi in una relazione originaria e fondante con il Verbo di verità e di salvezza, non possano arbitrariamente costituirsi in una sfera da esso autonoma o separata; tale presupposto che la tradizione cristiana ha provvidenzialmente recepito dal più autentico ed essenziale lascito speculativo del pensiero greco-romano, comprova l’estrema equivocità della nozione di “valore laico”.
Se è vero infatti che i valori sono costitutivamente connotati dal loro laudarsi sulla Persona del Verbo e sull’essenziale rapporto che la connette al Padre e allo Spirito Santo, appare profondamente contraddittoria la postulazione di un’etica e di una cultura che si considerino programmaticamente svincolate dalla Rivelazione cristiana.

Non va inoltre taciuta l’impossibilità teoretica di proporre una coerente e rigorosa tematizzazione del discorso relativo ai valori nel quadro di sistemi filosofici intrisi di relativismo, perché fondati sull’immanentizzazione della verità nel divenire storico.
Il frequente richiamo ad una pretesa distinzione concettuale tra laicità e laicismo, addotta per stabilire le basi di un dialogo non compromesso da preconcetti “ideologici”, risulta priva di un vero fondamento speculativo; essa può verosimilmente considerarsi circoscritta solo ad un piano pragmatico, ammettendo che la differenza fra i due termini sia concepibile come contraddistinta nella laicità di una serena e pacata attitudine dialogica non riscontrabile nel laicismo. 
Come si è detto, l’accennata distinzione non è traducibile sul piano speculativo, in quanto è fin troppo facilmente comprensibile che i fautori della laicità e del laicismo, sia pure con accenti diversi, saranno concordi nel difendere una cultura agnostica e naturalistica totalmente e radicalmente difforme dal cattolicesimo.
Le considerazioni qui svolte permettono di constatare l’infondatezza filosofica della tesi che riconosce nella laicità una dimensione culturalmente neutra e perciò stesso adatta a determinare le condizioni valide per un confronto paritario: una politica e una cultura connotate dal presupposto della laicità, non possono armonizzarsi ne risultare comparabili con un cattolicesimo rigorosamente professato.
La falsa e aberrante asserzione che ravvisa una sostanziale affinità di orientamenti  etici fra cattolici e laici, rappresenta la conseguenza di una colpevole sottovalutazione dei principi dai quali i valori coerentemente procedono. Per un cattolico, l’etica non può accampare pretese razionalistiche di autonomia dall’ordine provvidenziale cui l’azione umana è obbligata a conformarsi per essere giusta e per sfuggire alla ambiguità del normativismo giuridico, che presume di legittimarsi in base a criteri dedotti da fuorvianti concezioni sociologistiche e utilitaristiche.
L’obbedienza dell’azione umana al sapiente disegno divino è la condizione necessaria per il dispiegarsi della  libertà che assurge al rango di valore subordinandosi consapevolmente alla Verità rivelata.

Ne consegue che il riconoscimento del primato delle realtà soprannaturali sui particolari ambiti in cui si esplica il concreto operare dell’uomo, previene la pericolosa adulterazione della giustizia in un egualitarismo livellatore che – come dimostra ampiamente il fenomeno della globalizzazione democratica – agevola la tirannica azione prevaricatrice del potere oligarchico sui popoli ridotti a masse amorfe di “consumatori”.
In ciò si percepisce la differenza abissale tra la fede cristiana e una cultura che rinnega la sua vocazione a promuovere il ricongiungimento delle molteplici attività umane al Verbo che le trasfigura nella dignità del rito, conferendo ad esse il giusto valore nella gerarchia del Creato.
E’ bene ricordare che l’originaria accezione semantica del termine “laicità”, limitandosi a designare la comunità dei fedeli gerarchicamente subordinati al clero, non rifletteva le connotazioni filosofiche legate alla modernità e al suo graduale processo di separazione dalla fede cristiana; tali valenze che definiscono la laicità come area culturale ambiguamente sospesa fra una generica disponibilità al dialogo con il cattolicesimo e una altrettanto decisa rivendicazione di autonomia dalle sue premesse soprannaturali, confermano l’impossibilità e l’irragionevolezza di una intesa che si tradurrebbe nei termini di un ingiustificato compromesso tra posizioni ideali naturalmente incompatibili.
Si rende pertanto necessario respingere la futilità di un “dialogo” animato da un superficiale tatticismo consistente nel tacere le perentorie contrapposizioni tra la fede nella Rivelazione soprannaturale e le filosofie derivate dagli sviluppi  dell’antropocentrismo laico-umanistico.
La riaffermazione della fondamentalità del Mistero è la condizione indispensabile per non cedere ai frastornanti richiami di una laicità che, ammantandosi delle parvenze di una presunta neutralità, finisce con il denotare la propria soggiacenza al clima corruttore e degradante del nichilismo.

Paolo Rizza

    

 



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