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La Costa Concordia e la debolezza multietnica PDF Stampa E-mail
Lunedì 16 Gennaio 2012 09:24
L’azienda può contare su uno staff giovane e internazionale: l’80% dei suoi dipendenti ha, infatti, meno di 40 anni e proviene da 70 paesi diversi. Il Gruppo Costa impiega oltre 19.000 persone, organizzate in una struttura di bordo e una di terra. [1]
Così recita, il sito di Costa Crociere, che è, ricordiamolo, non più una società italiana indipendente, ma di proprietà della multinazionale Carnival.
In realtà tutti sappiamo, che la motivazione per la quale l’80% del personale proviene da 70 paesi differenti, che Costa “imbelletta” con la cipria dell’internazionalità, dipende esclusivamente dalla possibilità di reperire tale equipaggio a basso costo nei paesi del Terzo Mondo.
Personale che, ovviamente, per essere “low-cost”, deve essere anche “low-quality”.
Non è ovviamente il personale in questione ad essere responsabile dell’incidente, e non è dell’incidente in sé che ci vogliamo occupare, ma della successiva gestione dell’emergenza, per poi ampliare il ragionamento alla società nel suo complesso.
scoppia la polemica sui soccorsi, partiti in ritardo secondo i testimoni e condotti da un equipaggio quasi interamente formato da asiatici[2]
E’ stato allucinante. Nessuno ci diceva nulla e il personale straniero urlava per il panico tra di loro. Abbiamo preso da soli i giubbotti salvagente rompendo le vetrine nei corridoi.[3]
Un equipaggio “omogeneo” e ben preparato, quindi non proveniente dai quattro angoli del globo, avrebbe gestito meglio l’emergenza?
Sicuramente, non avrebbe aggiunto la propria impreparazione e la difficoltà di comunicazione dovuta alle molteplici lingue, alla già drammatica situazione.
Le testimonianze dei superstiti descrivono una situazione di totale “incomunicabilità” e difficoltà di comprensione: un ambiente la cui origine è nella composizione disomogenea dei responsabili.
La ricerca spasmodica del profitto, porta le multinazionali a “comprimere” i costi oltre il livello di guardia. Navi sempre più grandi, equipaggi a basso costo ed etnicamente disomogenei sono il risultato di questa ricerca.
Ma non siamo davanti che all’esempio in piccolo, di cosa significa essere “multietnica”, per una società nel suo insieme:di cosa significa avere medici, infermieri, autisti etc. che provengono da paesi poveri e dalla inadeguata preparazione tecnica.
Dallo studio di casi limite, derivano leggi generali: da sempre, i ricercatori studiano il comportamento degli individui in situazioni estreme, per derivarne regole applicabili alla società nel suo complesso.
Per questo è importante trarre da questo tragico avvenimento, un monito: la società multietnica è intrinsecamente debole, come debole è la risposta che l’equipaggio disomogeneo di una nave, mette in atto in una situazione di crisi. Tutte le ricerche scientifiche, come quella di Putnam, ci pongono davanti alla inoppugnabile verità che l’efficienza della reazione, cresce proporzionalmente con l’omogeneità di una società e di un gruppo di individui.
Una società multietnica, necessita di una “forza soverchiante”, per sconfiggerne una omogenea: non bastarono migliaia di uomini provenienti dai quattro angoli del suo Impero a Serse, per sconfiggere trecento spartani.
Un tempo, il mito biblico della Torre di Babele, veniva usato come monito , oggi, visto che non è prodromico al tipo di società che si vuole creare, e agli interessi della “Ricchezza”, lo si maschera con il maquillage che fa molto chic, dell’internazionalismo.
Ma la sostanza non cambia: l’arrivo in massa di genti diverse nella nostra società, ne indebolisce la struttura e la capacità di reazione davanti ad una crisi improvvisa. Oltre a rendere queste crisi, più probabili e a degradare il benessere generale a causa della bassa qualità (vuoi innata, vuoi dovuta a fattori ambientali) che porta con sé.
Abbiamo avuto una piccola(come grandezza) tragica dimostrazione, di cosa significhi mettere insieme individui eterogenei. Il dramma, è che stiamo commettendo questo stesso errore, nell’ambito generale della società europea.
Un altro aspetto di quello che è accaduto, mette in luce la fallacia della Globalizzazione, sistema che degrada la nostra economia e il mondo del lavoro, mettendo i lavoratori qualificati dell’Occidente in diretta concorrenza con quelli non qualificati, ma sottopagati dei paesi poveri. Giorni fa, in un altro post, scrivemmo che “moriremo di low-cost”: non pensavamo di essere così facili profeti, e di esserlo così a breve termine.
Ma da questo tragico evento, un monito deve servire: Globalizzazione e Immigrazione, sono i due mali di cui l’Occidente sta morendo.

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Circa QUELLE BELLURIE MULTIETNICHE E SOTTOCOSTO CHE STANNO FACENDO AFFONDARE LE NAVI “COSTA” anche SOTTOCOSTA…(e con esse tutta l’Italia!)
Tragedia dicesi ogni singola perdita umana. Quindi, il naufragio della nave Costa Crociere “affondata” al largo dell’isola del Giglio in questo sfigatissimo inizio di 2012 d.C.  è stata una tragedia, e di tragedia stiamo parlando.
Ma va detto che alla tragedia, stavolta, si aggiunge un grottesco alone di surrealismo che la dice lunga sulla “scientifica” assurdità dei nostri tempi: vedere un iper tecnologico transatlantico della marina più prestigiosa del mondo affondare in prossimità della costa d’una rinomata località balneare come fosse una bagnarola ammollo in una piscina per bambini è uno spettacolo inquietante nel 2012 d.C. .
Ogni fenomeno ha una sua causa logica, ma quando un evento appare troppo assurdo è inutile cercarne cause specifiche, poiché molto probabilmente esso sarà causato da logiche generali ed onnivalenti: ed in un mondo interamente divenuto SOTTOCOSTO, dove tutto è a risparmio, ad iniziare dai multietnici equipaggi delle navi che, in un paese di gloriosa tradizione rivierasca come l’Italia, con migliaia di marinai VENEZIANI, GENOVESI, PISANI e AMALFITANI professionisti e disoccupati, sono costituiti da africani, asiatici, maghrebbini presi e assoldati chissà come e dove, e assolutamente incapaci ed immotivati a salvare gente con la quale neppure sanno comunicare, e che non potrebbero mai tutelare adeguatamente né con l’afflato proprio dell’investitura professionale, né con quello tipico del “compaesano che è sulla stessa barca“, preziose vite umane possono essere messe a rischio anche in pochi metri d’acqua e a poche bracciate dalla riva, in un mare calmo e chiuso.
Basti guardare una qualsiasi intervista a questi “naufraghi” (vien da piangere a chiamarli così..neanche si trattasse davvero del Titanic!), per rendersi conto del fatto che il vero dramma è stato proprio quello descritto: assenza totale di soccorso a bordo, e incapacità di collaborazione e comunicazione umane e professionali da parte dell’equipaggio.

OF



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