Domenica, 05 Feb 2012
Tu sei in: Home Economia Globalizzazione e stato nazionale

Acquista online

Numeri arretrati

Formazione



Globalizzazione e stato nazionale PDF Stampa E-mail
Venerdì 11 Dicembre 2009 22:00
Tratto da "Ordine Futuro" n. 5
Ai nostri giorni l’idea della globalizzazione sembra trionfare in tutto il mondo. L’economia dei diversi paesi si sottomette  sempre più alle imprese multinazionali che dominano i mercati finanziari ed economici a livello globale. Gli stati nazionali tradizionali, che sono il prodotto di un processo storico di migliaia di anni, accettano questo fenomeno senza nessuna resistenza seria.
I rappresentanti dell’elite di questo nuovo ordine globale si chiamano “i colletti d’oro” o “i ragazzi di Davos”. Tanto per la loro educazione quanto per il carattere del lavoro che eseguono essi sono cosmopoliti che hanno interiorizzato il pensiero di Adam Smith: “L’azionista è il padrone del mondo e il più delle volte non è legato a nessun paese concreto.” Il teorema centrale della loro ideologia è la fede nel “Progresso”. Ciò significa che per loro la storia è un processo che si muove a senso unico e che il punto finale, la meta di questo movimento è un mondo globalizzato e diretto da un solo centro.

Ma in realtà l’immagine del mondo che si presenta oggi ai nostri occhi è molto più simile al concetto di Danilevski, Spengler e Toynbee. Secondo questi pensatori, le “civiltà” o “culture” si sviluppano indipendentemente l’una dell’altra come organismi differenti. L’ultimo stadio di un tale sviluppo consiste spesso nel tentativo di creare un “impero mondiale” che racchiuda tutto il mondo civilizzato conosciuto dai creatori di questo impero. Tali imperi sono generalmente di durata molto limitata: pensiamo per esempio all’impero di Alessandro il Grande.
In effetti, gli ultimi cinque secoli della storia dell’Europa occidentale confermano interamente il concetto Spengleriano delle “civiltà”. Durante i 500 anni passati, i popoli europei hanno creato una civiltà estremamente produttiva che viene spesso chiamata sommariamente “L’Occidente” ossia “Il Capitalismo”. Questa civiltà ha dato al mondo una pittura e una musica bellissime, un grandioso sistema scientifico-matematico, ma anche un ordine economico sommamente efficace che viene parimenti chiamato “Capitalismo”.
Basandoci su numerose e profonde analisi della civiltà occidentale siamo in grado di mettere in rilievo i principi più importanti che hanno assicurato il suo successo:

1) L’idea della forza e del dominio. Già nel cinquecento uno dei primi ideologi della nuova civiltà – Pico de la Mirandola – proclamò nella sua opera Discorso sulla dignità dell’uomo: “L’uomo può farsi il padrone di tutto, degli uomini e delle cose; può fare dei miracoli impossibili persino per la natura.”
Questo spirito si riflesse da un lato nella conquista di territori nuovi e la sottomissione di popoli nuovi durante la cosiddetta “epoca delle grandi scoperte”, dall’altro nella fioritura delle scienze. Numerosi principi della nuova scienza furono formulati da Francis Bacon (fine cinquecento/inizio seicento), i cui successori erano i più grandi ricercatori d’Inghilterra. Essi fondarono la “Società Reale di Londra”. Nei giorni della mia gioventù due delle tesi di questa società – “Conoscenza è potere” e “Vinceremo la natura” - erano appese ovunque sotto forma di slogan propagandistici.

2) La sottomissione completa dei sentimenti e dell’esperienza quotidiana all’intelletto e alla logica (il che viene erroneamente chiamato la “forma scientifica del pensiero”) anzitutto nello studio di oggetti esprimibili in cifre e nel collegamento fra queste cifre. Per questa corrente filosofica il mondo è una macchina che funziona secondo regole immutabili, e questa interpretazione viene estesa a tutti gli esseri viventi e alla società umana. Nell’Unione Sovietica, la nostra generazione veniva ancora educata nello spirito dottrinario del marxismo, glorificato come socialismo “scientifico” – un concetto viziato dall’inizio.
Queste convinzioni fondamentali hanno dato origine ai seguenti fenomeni che oggigiorno danno la propria impronta al capitalismo:

3) Il ruolo crescente della tecnica e la tendenza a sostituire l’uomo con la macchina dove questo è possibile.

4) La diminuzione dell’importanza del paese e il ruolo dominante della città tanto nel campo economico quanto nella formazione delle norme etiche.

5) La rimozione della religione e dei principi morali dalla vita quotidiana. Per esempio, Freud ha scritto che “le convinzioni religiose sono incompatibili con tutto quanto sappiamo della natura fisica del mondo”.

6) La crescita tempestosa dell’influenza della diaspora ebraica. Le relazioni con questo gruppo sociale non sono mai state facili. Il rinomato storico della letteratura M. O. Gerschenson ha scritto: “Durante tutti questi venti secoli l’ebraismo non fu mica una bagatella per il mondo”. Col rafforzamento della civiltà occidentale i rapporti fra i due fenomeni divennero più chiari. All’inizio questo si espresse nella letteratura: Shakespeare, Marlowe, Dickens, Dostojewski. Più tardi l’influenza ebraica nel campo delle finanze, dei mass-media (in massima parte creati dagli ebrei) e nella partitocrazia non cessava di aumentare. Recentemente il Washington Post ha stimato che durante le elezioni presidenziali negli Stati Uniti il 60% dei contributi finanziari per il Partito Repubblicano proviene dalla comunità ebraica che rappresenta meno del 3% della popolazione. Per quanto riguarda il governo di Clinton, il giornale israeliano Maariv ha scritto: “Gli Stati Uniti non hanno più un governo di non-ebrei.”

La dimensione dell’influenza ebraica si manifesta nel divieto di criticarla. Per esempio, numerosi stati europei (ma non gli Stati Uniti) hanno emanato una legge che minaccia con la prigione e con multe coloro che contestano la versione ufficiale dell’Olocausto. Centinaia di persone sono state condannate in base a queste leggi.
Recentemente il ministro della giustizia della Repubblica Federale di Germania ha chiesto di criminalizzare la negazione dell’Olocausto in tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Ecco la fine della lotta secolare per la libertà di opinione!

L’esempio seguente caratterizza la situazione negli Stati Uniti. Nel 2006 due eminenti politologi americani, il Professor Mersheimer di Chicago e il Professor Walt di Harvard, hanno pubblicato un articolo dal titolo “La lobby israeliana” nel quale discutevano un solo aspetto del problema: il fatto che da qualche decennio la politica di Washington nel Medio Oriente si riduce all’appoggio incondizionato a Israele. I due autori presentano numerosi argomenti per provare che tale appoggio non è giustificato nè strategicamente, nè politicamente, nè moralmente. Essi vedono la radice di questo fenomeno nel potere colossale della lobby ebraica e adducono una mole di esempi a sostegno di questa tesi. Nessuno dei grandi giornali americani pubblicò questo articolo. Alla fine fu pubblicato nella Book Review di Londra. Negli Stati Uniti gli autori si attirarono le ire di giornali influenti come il Wall Street Journal, il Chicago Sun e altri. Uno studio di 40 pagine che conteneva un numero impressionante di fatti fu “confutato” con argomenti del tipo “questo articolo piacerebbe al tristemente celebre antisemita Duke”.

Nonostante il carattere specifico di ogni caso concreto, il dramma storico che si svolge davanti ai nostri occhi corrisponde pienamente al modello Spengleriano della storia. Una civiltà che sembrava essere in auge (nel nostro caso: l’Occidente) è incapace di far fronte alle più semplici sfide della vita. Come una pianta che fioriva, dimenticando i suoi vicini, all’improvviso si secca e muore.

Quali indizi mostrano che l’Occidente sta andando in malora?

L’indizio più ovvio è che stanno morendo i popoli che hanno creato questa civiltà. Durante i 50 anni passati i popoli di origine europea hanno praticamente cessato di crescere. Nel 1960 questi popoli rappresentavano ancora un quarto della popolazione mondiale, nel 2000 un sesto, e nel 2050 solo un uomo fra dieci sarà di provenienza europea. Nella prima metà del ventunesimo secolo, la popolazione della terra aumenterà di 3 miliardi, mentre il numero di persone di origine europea diminuirà di 100 milioni. Le cause di questo fenomeno sono numerose: l’assuefazione a un alto livello di vita; l’aborto (riconosciuto come “diritto costituzionale della donna” dalla Corte Suprema americana); la produzione massiccia di anticoncezionali; il desiderio di vivere “per se stessi” (edonismo).
Ma per salvaguardare il presente livello del benessere materiale, della pubblica sanità e delle pensioni, qualcuno deve pur lavorare. E i paesi occidentali devono rassegnarsi all’ invasione (legale o illegale) di un numero sempre più grande di immigrati che in massima parte appartengono a civiltà non-europee e rappresentano le classi più povere dei loro paesi. In conseguenza di ciò la cultura creata dall’Occidente crolla e viene inesorabilmente sostituita da culture e tradizioni straniere. Molti immigrati rifiutano l’assimilazione; preferiscono conservare la propria lingua e i propri costumi. Secondo gli esperti dell’ONU, i risultati di questo processo saranno i seguenti: nell’arco dei prossimi 50 anni, in Europa Occidentale la percentuale degli abili al lavoro decrescerà del 25%, mentre quella dei pensionati aumenterà del 90%. L’immigrazione viene promossa dai padroni che si assicurano in questo modo un serbatoio inesauribile di operai (che, nel caso degli immigrati illegali, lavorano per salari molto bassi). Anche i sindacati stanno adottando una posizione nuova, sperando di arruolare nuovi membri fra gli immigrati. S’intende che gli immigrati già insediati in Europa desiderano un aumento del numero dei loro connazionali e quelli clandestini la propria legalizzazione. Essi godono dell’appoggio dei partiti politici interessati ai loro voti. Infine, questo sviluppo è pienamente conforme all’ideologia liberale: ogni tentativo di fermare l’invasione viene messo alla berlina come “politicamente scorretto”, e l’immigrazione viene considerata come elemento della globalizzazione – il flusso libero di merci e forza lavoro.

Altro segno del tramonto della civiltà occidentale è l’indebolimento, per non dire la fine, della creatività artistica. La pittura di Raffaello e di Leonardo, la musica di Mozart e di Bach, la filosofia di Kant e di Hegel, la letteratura di Cervantes e di Shakespeare – tutto questo appartiene al passato. Perfino quella che era forse la conquista più grandiosa della civiltà occidentale, la creazione del sistema fisico-matematico delle scienze, che continuava ancora nella prima metà del ventesimo secolo, pare aver perso di forza durante la seconda metà. Tutti abbiamo sentito parlare delle conquiste moderne dell’umanità come la teoria della relatività, la meccanica dei quanti e la genetica. Ma quando si evocano le ultime conquiste umane pensiamo automaticamente agli sputnik o ai computer, sebbene questi siano prodotti della tecnica, cioè realizzazioni pratiche di conoscenze scientifiche acquistate anteriormente.

Infine la base materiale della civiltà occidentale, la sua economia, si trova in una situazione difficile. Il deficit del bilancio americano ammonta oggi a più di 400 miliardi di dollari. Questo è il segno premonitore di una crisi. In effetti, la crisi è già avvenuta, ma l’economia americana, essendo in un certo qual modo la banca di tutta l’economia globalizzata, è capace di tenersi a galla artificiosamente grazie a enormi investimenti interni.

Potremmo menzionare molti altri segni premonitori. Pare che lo storico Dowson, un aderente alla visione spengleriana della storia, abbia avuto ragione quando ha scritto: “Per secoli la civiltà percorre il cammino scelto, coltiva le stesse idee, si inchina agli stessi Dei, e poi, d’improvviso, succede qualche cosa... Le fonti della vita si prosciugano, subito la gente si sveglia in un mondo nuovo, in cui le leggi del vecchio mondo perdono la lora importanza.

A quanto pare, un tale periodo di svolta è già cominciato in Occidente.” Numerosissimi segni della decadenza portano a credere che non sarà concesso alla civiltà occidentale di vedere la realizzazione del suo sogno – la creazione di un “impero mondiale”, ciò che ai nostri giorni si chiama “globalizzazione”. La globalizzazione è l’idea del socialismo a livello mondiale. Evidentemente la direzione dell’economia di tutto il mondo da un solo centro e secondo un piano unico pare più facile e più logica. Ma con questo si perde l’elemento – alquanto irrazionale – dell’individualismo. Forse la composizione etnica e le frontiere degli stati nazionali del futuro subiranno modifiche assai drastiche, ma l’esperienza della Storia dimostra che l’umanità non può esistere fuori di loro.
Igor Shafarevich



Pubblica su
Facebook! Del.icio.us! Google! Live! MySpace! Twitter!