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150 anni di fiscocrazia PDF Stampa E-mail
Venerdì 03 Febbraio 2012 16:43
(Nella foto Attilio Befera, presidente di Equitalia)

La prima carica dello Stato (on. Napolitano, presidente della
>> Repubblica) ha la certezza che la crisi  sarà superata dalla coesione
>> del popolo italiano, ritrovata o rinvigorita dalle celebrazioni del
>> 150° dell'Unità.  Invece la seconda (on. Schifani, presidente del
>> Senato) dubita della coesione per via dei sindacati, che non solo non
>> si accodano a Mario Monti, ma fanno la guerra alla sua riforma “Salva
>> Italia”. Forse Schifani non ha prestato la dovuta attenzione alle
>> celebrazioni e, quindi, non ne ha colto i salvifici effetti.
>> Comunque sia, se, invece di dedicarsi al restauro di miti  obsoleti,
>> avesse dato spazio anche alle pagine oscure dell'Unità, il 150°
>> avrebbe  potuto darci non pochi insegnamenti, per esempio aiutandoci
>> ad individuare  il filo rosso che  fin dal principio unisce i vari
>> periodi della nostra storia unitaria:  il torchio fiscale e la
>> corruzione. Dato che in questo momento l'attenzione è concentrata sul
>> prelievo fiscale (la corruzione è sempre all'ordine del giorno  e si
>> potrà trattarne un'altra volta) il Comitato dei Garanti delle
>> celebrazioni avrebbe potuto utilmente riesumare le vicende che
>> portarono all'elaborazione e all'applicazione della famosa tassa sul
>> macinato e le reazioni popolari che ne seguirono sopratutto in Padania
>> (in molti altri luoghi si ricorse al più semplice rimedio  di non
>> pagarla e di non  riscuoterla). Gli italiani avrebbero così ricordato
>> o scoperto che, per effetto dei debiti ereditati dal Piemonte
>> sabaudo, già  a fine 1865,  a pochissimi anni dalla parziale
>> unificazione (mancavano ancora Roma e il Veneto), il bilancio  del
>> nuovo Regno versava  in gravissime condizioni per il continuo aumento
>> del deficit, e che l'allora presidente del Consiglio, l'ingegnere
>> piemontese Quintino Sella (un tecnico prestato alla politica), il 13
>> dicembre di quello stesso anno presentò un progetto di legge per
>> l'introduzione di un'imposta sulla macinazione dei cereali.
>> L'Italia era all'epoca un paese in larghissima misura rurale, sicché,
>> scelta la strada dell'aumento  dell'imposizione fiscale (la
>> contemporanea  proposta di  riduzione della spesa pubblica aveva anche
>> allora fini puramente ornamentali), questa doveva colpire agricoltura
>> e attività connesse. In un paese che viveva di pane, pasta e (al nord)
>> polenta la via più semplice sembrò quella  dell'imposta sulla
>> macinazione, già scelta da molti governi pre-unitari con  esiti
>> finanziariamente modesti  e, in compenso, forti avversioni popolari,
>> ma il Sella  contava di  applicarla con  aliquote più pesanti, grande
>> rigore e spese all'osso. Da buon ingegnere, aveva  previsto di
>> affidare il controllo  del  macinato non ai finanzieri o a personale
>> stipendiato, ma a contatori meccanici installati presso ogni mulino
>> per misurare  il numero di giri delle macine, e di   trasformare in
>> esattori gli stessi mugnai..
>> Il  suo discorso  di presentazione della proposta  alla Camera
>> avrebbe  riscosso   il plauso  degli  odierni ammiratori  di Mario
>> Monti: “Venuta altre volte in odio, aveva l'aspetto di un ingrato
>> balzello, poteva divenire e divenne il soggetto di avversioni più o
>> meno spontanee, e minacciava di uccidere chi avesse osato nominarla.
>> Ebbene, o signori, tra me e il Paese, tra la popolarità del mio nome e
>> la salvezza d'Italia la mia scelta non poteva essere né dubbia né
>> lenta. Forte delle più salde convinzioni ho avuto, come vedete, il
>> coraggio  di invocare sull'ingrato balzello le deliberazioni del
>> parlamento; ed ho avuto in me la coscienza di avere così portato alla
>> patria il più arduo fra i servigi che dal mio posto si potesse”.
>> I deputati però presero tempo, favoriti  dalla caduta del  governo e
>> dalla sostituzione  del Sella col   La Marmora, ma l'anno successivo
>> (1866) le spese per la guerra contro l'Austria  e le entrate fiscali
>> più modeste delle previsioni aggravarono  la situazione  al punto da
>> far balenare lo spettro della bancarotta dello Stato (allora non si
>> diceva ancora “default”). Di conseguenza, nel giugno del 1867 il
>> ministro delle  finanze ripescò la proposta, il cui esame venne
>> affidato  ad un'apposita commissione parlamentare, che nel febbraio
>> 1868 depositò le proprie conclusioni. Queste, pur dichiarando
>> indispensabile la tassa,  prevedevano modalità molto diverse da quelle
>> elaborate dal Sella sicché i deputati vennero chiamati a scegliere fra
>> due progetti  e ne seguì un dibattito in tutto degno dei nostri
>> giorni.
>> A chi paventava il rischio di un danno per  i  mulini più poveri a
>> favore dei  più ricchi ed efficienti aveva già risposto lo stesso
>> Sella, affermando che  i mugnai sarebbero stati indotti  a migliorare
>> le proprie macchine investendo capitali in nuova  tecnologia. Insomma,
>> col penalizzare  i mulini tecnologicamente arretrati  l'imposta
>> avrebbe agito da elemento propulsivo di modernizzazione. A chi
>> attaccava il progetto della Commissione paventando  rincari del costo
>> di macinazione, si replicò che  a tutto avrebbe rimediato la mano
>> invisibile del libero mercato e della concorrenza.
>> Non mancò nemmeno chi la buttò sul patriottico e gli impegni d'onore,
>> che “semper sunt servanda”. Francesco Crispi ricordò  che in occasione
>> dello sbarco dei Mille in Sicilia per   alienare i siciliani dai
>> Borbone era stato preso solenne impegno  “di ristabilire tutti i
>> benefici conquistati con la rivoluzione del 1848”, fra i quali,
>> appunto, l'abolizione  della tassa sul macinato .
>> Infine, dal momento che nessuna delle due proposte   aveva  la
>> maggioranza  per l'approvazione, si formò in parlamento un terzo
>> partito, composto (scrive Stefano Cammelli in un libro del 1984) da
>> quei parlamentari che  “stanchi di sentirsi  rimproverare per la
>> mancata approvazione della tassa sul macinato, e forse rasseganti
>> all'idea di intervenire nuovamente e con pesantezza sui livelli di
>> vita  delle classi popolari, erano disposti a tutto purché in qualche
>> modo, in qualunque modo, la questione venisse risolta una volta per
>> tutte”.   Fra questi un  precursore dei nostri  Bersani e Berlusconi.
>> il deputato Breda, che, non potendo invocare come oggi l'Europa, così
>> si espresse:  “L'imposta è detestabile ed io personalmente la detesto.
>> E se mi induco sotto  certe condizioni a votarla, lo faccio come il
>> naufrago che, per salvare la vita, si attacca non a una tavola
>> soltanto, ma anche  ad un rasoio”..
>> La tassa, approvata il 6 aprile 1868 con 182 voti favorevoli e 164
>> contrari (decisivi i 135 deputati assenti), entrò in vigore il 1°
>> gennaio 1869. Nello stesso mese moltissimi mugnai, non potendo
>> accettare un compito di esattori che li esponeva alle reazioni anche
>> fisiche degli esasperati clienti (allora era questione di autentica
>> fame, oggi ancora no, ma non è detto...),  chiusero il loro mulino.
>> Immediata la reazione dell'intero mondo rurale, tanto violenta,
>> soprattutto nell'Italia settentrionale  e nella pianura padana, che
>> per reprimerla si fecero intervenire l'esercito e il generale Cadorna.


Il fisco protagonista dell'Italia unita, di Francesco Mario Agnoli


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