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| Si parte dall'usura e si arriva alla mafia... |
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SI PARTE DALL’USURA E SI ARRIVA ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE...L’usura, secondo l’art. 644 c.p., è l’attività di chi si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, secondo il calcolo della media dei tassi applicati ai titoli di Stato. A differenza delle vittime della mafia, a cui la legge 44/99 ha riconosciuto a tutti l’indennizzo per i danni subiti e non risarcibili dal responsabile, alle vittime dell’usura si applica una discriminazione ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi, per far fronte alle obbligazioni. La mafia si è evoluta molto da quando usava solo tritolo e kalashnikov per eliminare i suoi nemici, ha scoperto che le armi e le bombe fanno troppo rumore e attirano l’attenzione su fatti che è meglio che la maggioranza della gente ignori. La mafia e i suoi vetturini sono giunti alla conclusione che per le ordinarie violenze è sufficiente fare terra bruciata intorno a chi osa opporsi al suo cammino, meglio perseguitare e vessare le proprie vittime fino ad isolarle permettendogli poi di schiacciarle definitivamente nascosti dall’omertà e dall’indifferenza di chi li circonda. Nel 1992 a Marsala svolgeva la propria opera di procuratore Paolo Borsellino e fu proprio lui che denunciò le infiltrazioni mafiose nella locale giunta cittadina. Le parole del giudice, molto stimato dalla gente onesta della Sicilia, furono ascoltate da un consigliere comunale che chiese ed ottenne lo scioglimento della giunta. Il nome di quel consigliere è Martino Morsello e ancora oggi, probabilmente, paga le conseguenze di quel gesto di ossequio alla giustizia. Abbandonata la politica Morsello torna ad essere un privato cittadino e decide di intraprendere la strada dell’imprenditoria. Fonda una società, la Ittica Mediterranea, e con il duro lavoro ottiene importanti risultati. Centoventi dipendenti, una produzione di venti milioni l’anno di avannotti, piccoli pesci destinati alla cucina. La sua è una delle maggiori ditte del settore del sud Europa, esporta in Croazia, Slovenia, Grecia e nord Europa. Riesce ad aprire anche un secondo stabilimento tra Trapani e Marsala. Tutto nasce nel 1999: alcuni soci della Ittica Mediterranea acquistano dalla fallita Mirabile e.c. socio di quest’ultima il 12% delle quote possedute a prezzo nominale per l’importo di 600 milioni di Lire. Giudice delegato Caterina Greco. Un altro socio della Ittica Mediterranea acquista il 3% delle quote possedute dalla Trinacria Costruzione a prezzo nominale per l’importo di 150 milioni di Lire. Al fallimento di quest’ultima il Giudice delegato D’Osualdo revoca le quote vendute perchè il valore delle quote viene quantificato il doppio, circa 300 milioni di Lire. Come mai c’è stata questa disparità? Nel Gennaio 2003: l’avvocato Francesco Trapani propone istanza di fallimento all’Ittica Mediterranea per conto della Hendrix. Il Giudice del pre-fallimentare Caterina Greco manda in riserva il fallimento e aspetta la desistenza da parte della Hendrix a firma dell’ avv. Francesco Trapani dopo che siamo stati costretti sotto minaccia di fallimento a consegnare 100 milioni di Lire alla Hendrix. L’avv. Francesco Trapani ha un incarico da parte della Hendrix congiuntamente e disgiuntamente con l’avv. Morgante agendo autonomamente nell’interesse della Hendrix. Il 30 Maggio 2003: la Ittica Mediterranea presenta al Giudice Caterina Greco una relazione dove si evince che la società Ittica Mediterranea non può essere dichiarata fallita in quanto Azienda Agricola. Regolarmente iscritta alla camera di commercio di Trapani nella sezione speciale agricola ed iscritta all’ufficio Iva come attività di pescicoltura, itticoltura, agricoltura con il codice 5021. Il 6 Giugno 2003: il Tribunale dichiara fallita la Ittica Mediterranea. La sentenza è stata emessa dai Giudici: Benedetto Giaimo (Presidente), Caterina Greco (Giudice relatore), dott.ssa Planetario Anna Maria (Giudice), prendendo spunto da una sentenza del Tribunale di Capovetere che non ha nulla a che vedere con l’attività di acquacoltura come l’attività della Ittica Mediterranea. Nella sentenza di fallimento 17/2003 si evince chiaramente che i tre giudici sono a conoscenza del fatto che l’avvocato Francesco Trapani abbia chiesto il fallimento della Ittica Mediterranea così come riportato nella sentenza e omettono di applicare la legge Nazionale 102/92, la legge regionale Sicilia 14/98 art 7 che ha modificato la legge 92/81 e l’omissione del trattato di Roma dell’art 32 della Comunità Europea, e la sentenza della Cassazione Sez III 21/07/1993 N. 8123 ed altre. Il fallimento e la vendita all'asta delle aziende agricole rappresentano un mostro giuridico politico in quanto l'attività agricola è e rimane l'attività primaria per sfamare l'umanità con tutte le difficoltà di carattere ambientale , biologico, di storture economiche e giuridiche che l'azienda agricola è costretta a subire. Viene nominato giudice delegato del fallimento Caterina Greco e curatore fallimentare avv. Francesco Trapani. C’è da chiedersi: i curatori fallimentari a Marsala vengono scelti per competenze… per amicizia… per affiliazioni a logge massoniche… perchè amici di infanzia… perchè hanno interessi nel fallimento?… e… perchè non tutte le aziende agricole vengono dichiarate fallite al tribunale di Marsala? Sta di fatto che il curatore fallimentare avv Francesco Trapani ha dimostrato sin dall’inizio del suo incarico interessi nello smantellamento della società. Non ha salvaguardato l’immenso patrimonio della società stessa, non l’ha fatta custodire; l’azienda è stata vandalizzata, ha subito 3 incendi dolosi. L’avvocato non ha lavorato nell’interesse della società, omettendo di perseguire le banche per usura, per anatocismo; non ha perseguito l’enel, che ha estorto denaro, per un procedimento civile già iniziato dalla Ittica Mediterranea prima del fallimento, è stato spesso assente nei processi contro la Ittica Mediterranea e risulta che la sua famiglia possiede più di 50 ettari di terreno attorno alla Ittica Mediterranea. È stata fatta opposizione al fallimento 17/2003, sono stati sentiti dei testi che hanno confermato l’attività di riproduzione del pesce, confermando di fatto che la Ittica Mediterranea è azienda agricola. Il tribunale di Marsala conferma la sentenza di fallimento. Tale sentenza viene appellata alla Corte di appello di Palermo per la revoca del fallimento in quanto azienda agricola. La corte di appello di Palermo dopo 6 anni con Sentenza n. 134 del 2009 R.G. 2348/06- cron. 4689/09, non ha deciso riguardo l’ attività agricola della Ittica Mediterranea e della Non Fallenza in virtù delle leggi: Legge Nazionale 102/92, la legge regionale Sicilia 14/98 art 7 che ha modificato la legge 92/81 e l’omissione del trattato di Roma dell’art 32 della Comunità Europea, e la sentenza della Cassazione Sez III 21/07/1993 N. 8123 ed altre. Così come relazionato dalla memoria difensiva dal Prof. Avv Goffredo Garraffa, la Corte di Appello di Palermo si sofferma sulla inammissibilità del ricorso dicendo, falsamente, che il ricorso era fuori termine perchè presentato dopo 30 giorni, omettendo che l’istanza è stata presentata entro 30 giorni e che comunque il proponente nella qualità di socio opponentesi al fallimento aveva un anno di tempo per presentare ricorso. Fatto strano: la corte di appello non lo condanna a pagare le spese, fra le tante altre cose. L’azienda Ittica Mediterranea viene posta in vendita all’asta per 870 mila Euro in data 26 ottobre 2008 quando l’impianto costò 13 miliardi delle vecchie lire. Hanno denunciato che la gara dovesse essere sospesa per incongruità di prezzo e perché viziata poiché mancante di alcune componenti strutturali … ma il giudice delegato Giacalone, ha continuato nell’espletamento della gara. Il 25 gennaio 2010 il nuovo giudice delegato Francesco Lupia dopo una nuova perizia fatta all’impianto (perizia stimata per 1.039 mila euro, ancora molto al di sotto di altra perizia presentata dalla parte interessata) ha messo in vendita l’intero immobile. Si è dunque chiesto al giudice delegato di sospendere l’asta in quanto la società risulta usurata come da certificazione della procura della repubblica di Marsala, ma il Giudice delegato Francesco Lupia l’ha rigettata. Ripetute sono state le volte in cui la Ittica Mediterranea è stata messa in vendita, l'ultima circa un mese fa ma con una differenza il Giudice ha dichiarato l'azienda vittima di Usura Bancaria. Una prima piccola vittoria, ma la strada per avere Giustizia è ancora lunga e insidiosa. Lla legge 44/99 ha introdotto la possibilità di ottenere la sospensione dei termini esecutivi per 300 giorni e di tre anni per quelli fiscali, sino all'esito dei giudizi penali incardinati a seguito di denunzie delle vittime. Tale parere rappresenta una pietra miliare all’interno delle procedure di erogazione dei fondi e costituisce il modello interpretativo e di indirizzo al quale tutte le Prefetture d’Italia e l’ufficio del Commissario Straordinario di Governo dovranno attenersi. “In teoria la legge anti-usura ha istituito tutele per i cittadini e le imprese che denunciano il fenomeno (famoso lo slogan ‘denunciate l’usura e le estorsioni, noi vi tuteleremo’), ma le anomalie sono tante, non ultima la sospensiva dei termini di esecuzione in attesa che i responsabili vengano rinviati a giudizio. “Troppe volte i giudici non tengono conto della sospensiva”. In altri casi vengono concessi i 300 giorni, ma l’istruttoria poi non viene conclusa (chissà come mai) e i beni finiscono venduti all’asta. Secondo Petrino “la banca è una società speculativa che eroga il credito dopo aver valutato l’immobile; quando il debitore diventa inadempiente e c’è un rapporto superiore al 60 per cento fra valore immobiliare e debito reale, la banca non può far vendere l’immobile da 100 a 40, ma tutt’al più prenderlo e rimborsare il debitore”. Il 92% delle vittime che hanno denunciato i propri aguzzini non hanno mai ottenuto l'accesso ai mutui di solidarietà, anche quando gli usurai sono stati condannati. Non è andata meglio per coloro che hanno invocato i fondi per la prevenzione, con cui viene garantito l'80% delle somme erogate; poiché gestiti dalle banche, nella maggior parte dei casi vengono concessi solo in favore di soggetti indebitati con le medesime, le quali così recuperano i loro crediti, spingendo gli altri, che hanno sofferenze con soggetti diversi dalle stesse, nelle braccia degli usurai. A ingarbugliare il quadro ci si mette anche il ‘caso Banca d’Italia’: “La Banca d’Italia non è un organo dello Stato in quanto è stata venduta ad alcune banche”. In pratica “la Banca d’Italia è privata e controllata da due Istituti che fanno capo all’estero: San Paolo Intesa e Capitalia Unicredit, queste ultime due dovrebbero essere controllate e invece controllano la Banca d’Italia; questo significa che la carta moneta non è di proprietà dello Stato, bensì delle banche”. "Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore. A garantire le Banche in sofferenza ci pensa lo Stato, ossia i cittadini vessati dalle stesse banche. Allora, perché si chiede il fallimento delle imprese e viceversa si salvano le banche?? Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui "finanziarizzano" le loro attività. E per colpire questo livello di "finanziarizzazione" e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario". A.M. Per conoscere meglio la vicenda: http://www.casadellalegalita.org/index.php?option=com_content&task=view&id=8486 |
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