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Essenza nichilista del '68 PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Marzo 2010 00:00
Tratto da "Ordine Futuro - numero 6"
 
“Il personale è politico” è lo slogan che definisce in qualche modo il pensiero di fondo che caratterizza quella vicenda culturale, politica e sociale passata alla storia con il nome di Sessantotto. Slogan che è una sorta di riedizione dell’asserto gramsciano “tutto è politica”. “Per individuare il tutto bisogna cominciare con una frammentazione dell’individualità, in questo senso la comune è un progetto nel quale si tenta di realizzare l’optimum delle relazioni umane. Dio, patria e famiglia sono storie dell’altro ieri!” … “ogni rivoluzione politica è contemporaneamente una rivoluzione economica e sessuale o viceversa” … “(l’LSD) non solo può dare piacevoli visioni, ma può allargare la coscienza, essere determinante per la distruzione delle inibizioni e quindi aumentare le possibilità di comunicazione fra uomo e uomo” … “l’aborto non è niente di più di un intervento medico ambulatoriale, come l’incisione di un foruncolo”. A proposito dell’omosessualità si auspica la rimozione di ogni pregiudizio perché “l’individuo deve avere la libertà di usare il suo corpo come crede”. Un pensiero anche per i bambini, invitati alla rivolta contro i genitori e “iniziati” ai giochi erotici ed al furto (1).

Questo è quanto si sostiene, si auspica e si propaganda in uno dei testi più diffusi nel periodo di poco successivo al maggio 1968; proponimenti farneticanti che, però, consentono di capire bene cosa sia stato in definitiva il Sessantotto: la negazione radicale dei principi e dei costumi tradizionali. Negli anni 60 del secolo scorso, tutto l’Occidente – dagli Stati Uniti all’Europa – viene percorso e profondamente scosso da fermenti culturali di palese rivolta contro lo stato di cose vigente. Tali fermenti toccano in pratica tutti gli strati sociali, a cominciare, ovviamente, da quelli più sensibili e “preparati a cogliere l’essenza del cambiamento: il cosiddetto ambiente intellettuale e l’università. Ma, progressivamente e con una velocità ed ampiezza favorite dai mezzi di comunicazione, l’onda rivoluzionaria si propaga nella società dove si instaura un diffuso stato d’animo generalmente non completamente ostile, quando non apertamente favorevole, alla “ventata” di cambiamento, ritenuta – nel quadro di una concezione progressista (2) che andava diffondendosi anche in Italia – un’inevitabile tappa sul cammino dell’umanità. Si assistette così, nel giro di pochi anni, ad una trasformazione netta della società dominata, di fatto, da idee e stili di vita che, fino al fatidico Sessantotto, potevano essere ritenuti tipici di minoranze marginali e “deviate”. La rivoluzione del Sessantotto può essere descritta anche come un evento dai due volti. Vi è stata, infatti, una dimensione politica “classica” – rappresentata dalle istanze marxiste-leniniste da anni presenti e sostenute, soprattutto in Italia ed in Francia, da forti partiti comunisti capaci di egemonizzare (anche se non senza traumi ed evidenti contraddizioni che hanno toccato soprattutto la base dei “non iniziati ai misteri della rivoluzione”) il cosiddetto movimento, inizialmente variegato e non completamente filo comunista – ed una dimensione che potremmo definire “esistenzialista”, ossia incentrata alla trasformazione morale dell’individuo (la rivoluzione in interiore homini).

Il Sessantotto si è affermato, specialmente in Italia ed in Francia, come sintesi di istanze social-comuniste e liberali; è stato l’incontro, non senza traumi, dell’egualitarismo giacobino e comunista con il libertarismo anarcoide (espressione estrema del liberalismo) dei figli di una società occidentale votata al materialismo più spinto ed effimero ed al contempo piena di contraddizioni. L’influenza comunista sul Sessantotto è stata molto significativa soprattutto in Italia, a causa della presenza del più forte partito comunista occidentale; una presenza forte resa possibile dalla sconfitta militare del fascismo, della presenza della Democrazia Cristiana (3) e dai cedimenti della Chiesa, anch’essa percorsa da quello che potremmo definire il Sessantotto ecclesiale: il Concilio Vaticano II°, evento che ha sconvolto la vita della Chiesa sul piano dottrinale e pastorale. Come già scritto, l’incontro fra marxismo-leninismo ed istanze liberal-libertarie non si è realizzato senza traumi. La prospettiva “classica” della rivoluzione comunista era di tipo socio-economico e, presso la maggioranza degli iscritti al Partito Comunista Italiano e dei suoi elettori, certe tematiche, attinenti la sfera della morale, non erano considerate come oggetto della battaglia politica: libertà sessuale, divorzio, aborto, omosessualità, droga venivano dai più considerati fenomeni di degenerazione piuttosto che “diritti civili”. Un problema, però, non di ordine dottrinale ma dovuto al retaggio morale della base comunista italiana, gente “semplice” ancora impregnata di morale naturale e cristiana; un ostacolo da rimuovere in nome della stessa essenza del comunismo, la quale altro non è che la lotta contro lo stato di cose presente, ossia la rivoluzione permanente. Il connubio fra il P.C.I. e le “novità” libertarie sfocerà, negli anni 90 del XX° secolo, nella trasformazione dello stesso Partito Comunista Italiano in Partito Democratico della Sinistra, ossia il partito radicale di massa.
Il Sessantotto, in Italia, si realizza in un ambito di forte trasformazione della società: abbandono delle campagne e dell’agricoltura a favore delle città e dell’industria; aumento sensibile del numero di studenti nelle università e nelle scuole superiori; aumento dei consumi di beni di ogni tipo. È in questo contesto - potenzialmente “esplosivo” a fronte dei numerosi problemi di adattamento alle nuove situazioni sociali e, dunque, occasione ghiotta per chiunque volesse strumentalizzare politicamente le contraddizioni esistenti – che irrompe la voglia di travolgere e di cambiare l’ordine delle cose. Un’esigenza, per certi versi, da molti avvertita anche come forma di ribellione verso una società ritenuta attaccata, per altro spesso in maniera ipocrita, a modelli di vita e modi di pensare inadeguati a dare le giuste soluzioni ai problemi che andavano ponendosi. L’Italia e l’Europa uscite moralmente e fisicamente a pezzi dal secondo conflitto mondiale, si ritrovavano, dopo gli anni del cosiddetto boom economico, a fare i conti con una “necessità” di cambiamento, finalizzato ad adeguare delle società ritenute stantie a nuovi standard di vita, di fatto contrari alla morale naturale e cristiana. L’analisi delle premesse culturali e degli esiti politici e sociali del Sessantotto, con i quali a distanza di quaranta anni ci troviamo ancora a fare i conti, conduce a concludere che esso debba essere considerato una tappa importante del processo di sovvertimento dell’ordine naturale e cristiano; un evento infausto della più recente storia contemporanea che, al di la degli ingenui entusiasmi di molti (quelli che invocavano la fantasia al potere o, più semplicemente, riponevano speranze di riscatto sociale in un indefinito nuovo) ha portato le società occidentali ad una deriva nichilista (4), dalla quale sarà possibile allontanarsi solo recuperando la via della Tradizione (5). Se il nichilismo è la negazione dell’esistenza dei principi primi trascendenti e di ogni valore assoluto, allora si può affermare che l’essenza del Sessantotto è nichilista.
Il Sessantotto si è imposto come rivoluzione in interiore homini, come il personale che diventa politico in quanto il terreno di battaglia su cui si sposta lo scontro politico non è più solo sociale ma anche, e soprattutto, personale: la rivoluzione si deve realizzare anche sul piano individuale attraverso l’abbattimento dell’ordine morale e lo stravolgimento degli stili di vita. Il Sessantotto ha espulso dall’orizzonte mentale dei più, concetti fondamentali quali Dio, patria, famiglia, gerarchia, merito, sacrificio, sobrietà, rispetto, obbedienza, disciplina, fedeltà (6) bollandoli come retaggio di modelli di vita oppressivi e superati, contrari ad un’esistenza libera e felice.

La destra italiana e il Sessantotto

Avrebbe potuto la destra italiana (7) impadronirsi del Sessantotto e trasformarlo in una rivolta contro la società borghese, in nome della Tradizione? A parere di chi scrive no. Il sessantotto è andato come doveva andare, perché i soggetti che lo hanno promosso, avviato e sostenuto erano ben decisi a dare un colpo decisivo al tipo di società esistente, al fine di accelerarne la trasformazione in senso “progressista”. Il Sessantotto è stato un fenomeno diffuso e di portata epocale, che ha inciso profondamente sul cambiamento dei costumi e, di conseguenza, dei rapporti sociali; un fenomeno internazionale che ha attraversato tutte le nazioni occidentali, spostando ovunque i modelli di vita in una direzione progressista; un fenomeno di matrice anarco-liberale con fortissime connotazioni comuniste, volto a spazzare via ogni residuo di principi e valori tradizionali ancora presenti. In Italia la forte presenza della destra politica nei licei e nelle università (FUAN, Giovane Italia), che ha caratterizzato gli anni 50 e parte degli anni 60 del secolo scorso, è stata quasi azzerata dallo “tsunami” Sessantotto. E ciò non certo per via del famoso assalto dei Volontari Nazionali del MSI alla facoltà di Legge dell’università romana La Sapienza. Tale episodio, da alcuni individuato come il momento di rottura fra la destra ed il movimento del Sessantotto, è stato solo il fatto che ha accelerato brutalmente il corso degli eventi. Certamente l’ergersi a difensori del sistema (tentando di sgomberare l’università occupata), o apparire come tali, non fu cosa che fece onore ad un mondo, quello della destra missina e neofascista, sconfitto militarmente dai detentori del potere di quel sistema. Ed è altresì vero che una certa destra, quella detta radicale, aveva tutte le carte in regola per avversare e combattere un sistema politico, economico e sociale contrario all’ordine naturale.
Ma il Sessantotto, sin dall’inizio, si è manifestato in senso anti-tradizionale, negatore di ogni istanza di ordine spirituale e superiore; il Sessantotto è stato lo scatenamento delle passioni e la rivendicazione del “diritto a lasciarsi andare”, contro ogni dovere morale derivante dalla naturale costituzione della persona.

In questa battaglia contro ogni residuo di Tradizione e contro una società borghese da “superare”, istanze anarco-liberali e istanze marxiste-leniniste, soprattutto in Italia ed in Francia, si sono unite e confuse, dando seguito ad un movimento “sessantottino” fortemente connotato in senso comunista relativamente al metodo ed all’immagine, ma portatore di “valori” nuovi, libertari ed estranei alla concezione comunista “ortodossa” di quel periodo: i militanti del Partito Comunista Italiano pensavano ad una rivoluzione sul piano politico ed economico (l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, in primis) e non consideravano, invece, la necessità di stravolgere l’ordine morale a livello individuale e sociale (questo almeno la cosiddetta base militante ed elettorale).
A coniugare in qualche modo marxismo e libertarismo, ci pensarono prima i gruppi dell’estrema sinistra, capaci di realizzare nella pratica le differenti possibilità dello “uomo nuovo” forgiato dal pensiero “sessantottino”, e poi i comunisti “istituzionali” passati dalla difesa dei “diritti dei lavoratori” alla rivendicazione del “diritto alla sodomia” pubblicamente e massimamente diffusa.
Marcus

 


Note

[1] “Ma l’amor mio non muore”, ed. Arcana (1971). Citato in “Gli anni del desiderio e del piombo – Dal ’68 al terrorismo” Quaderni di Cristianità n°5 a cura di Enzo Peserico.

[2] Il termine progressista identifica una concezione della vita fondata sul divenire, ossia sulla convinzione che non esista una verità oggettiva e perenne, misura di ogni cosa e che determina il primato dell’essere sul divenire. Per il progressista non esistono principi e valori immutabili, sui quali fondare l’esistenza umana, solo la convinzione che lo “sforzo” umano produca, necessariamente e costantemente, nel tempo “conquiste”, capaci di migliorare, indefinitamente, la vita.

[3] Partito dei cattolici liberali e democratici, finto baluardo anticomunista, che ha di fatto gestito la scristianizzazione della società italiana.

[4] Nichilismo, dal latino nihil che significa nulla. Il nichilismo nega l’esistenza di ogni valore assoluto, per cui nulla è oggettivamente valido e vincolante per la coscienza dell’uomo, il quale non ha alcun fine da raggiungere.

[5] Con il termine Tradizione intendiamo definire la conoscenza, e la trasmissione di questa fra le generazioni, della verità oggettiva circa il senso dell’esistenza. Tradizionale è quella società fondata sulla conoscenza e l’adeguamento a tale verità oggettiva, divinamente rivelata, riconoscibile attraverso la contemplazione dell’esistente e insegnata dal Magistero romano tradizionale.

[6] Non che questi concetti godessero di grandi consensi nella società “pre-sessantottina”, spesso persistevano più come apparenza che come sostanza di concreti stili di vita. In definitiva il Sessantotto non si è abbattuto su una società tradizionale ma su un’umanità già segnata dalla modernità.

[7] Con il nome destra indichiamo tutto l’ambiente umano, culturale e politico, in vario modo alternativo e contrario alla cultura ed ai modelli politici affermatisi con la Rivoluzione Francese. Utilizziamo questo sostantivo, nonostante la sua inadeguatezza a rappresentare in maniera esaustiva un insieme di esperienze variegate e differenti, in quanto nell’immaginario delle persone esso ha assunto il significato di ciò che, in qualche modo, è contrario alla mentalità progressista.


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