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Mafia, massoneria e politica PDF Stampa E-mail
Martedì 21 Luglio 2009 01:00
Note, incomplete, sulla gestione oscura del potere, in Sicilia e non solo, dal dopoguerra ai giorni nostri.

Chiunque si accosti allo scabroso argomento si accorge inevitabilmente che gli intrecci sono strettissimi e “storici”: inchieste, studi, atti delle commissioni parlamentari, fascicoli processuali (con importanti rivelazioni di pentiti), numerose e significative doppie affiliazioni, dal dopoguerra fino a questi ultimi mesi, ne forniscono un’evidente testimonianza.
Eppure, secondo la logica perversa del “si sa, ma non si dice”, il terreno su cui fioriscono questi rapporti continua ad essere impraticabile: omicidi, attentati, “incidenti” misteriosi, trasferimenti di processi importanti e di magistrati costituiscono le conferme di quanto sosteniamo. Conferme su cui è necessario concentrare l’attenzione di chi volesse avvicinarsi alla verità.
Il terreno è quindi minato, e l’uso delle figure retoriche non c’entra niente; mancano, clamorosamente, le condanne e manca, al vertice, la decisa volontà politica di riconoscere il problema per dipanare l’intricata matassa che lega massoneria, politica e mafia.
La storia delle relazioni fra le “Due M” risale agli anni immediatamente precedenti lo sbarco americano in Sicilia ed è spesso una storia in comune, così come lo fu la guerra dichiarata dal fascismo a queste due facce complementari del potere oscuro.

A questo proposito è significativo quanto affermato dal pentito Antonino Calderone: “…I mafiosi erano usciti impoveriti dal fascismo. Dopo la guerra non c’era quasi più mafia. La mafia era una pianta che non si coltivava più. Mio zio Luigi, un capo, un’autorità, si era ridotto al punto di fare il ladro per sopravvivere…”. Molto simile fu ciò che accadde alle logge, dopo lo scioglimento del 1925, gli affiliati si ritirarono nell’ombra. Inoltre, massoni e mafiosi vennero accomunati dall’identico destino del confino che li allontanava inesorabilmente dai propri affari. Già all’inizio del ’45, invece, relativamente alla sola obbedienza di palazzo Giustiniani, si contano in Sicilia ben 42 “officine”.

Il nome che alle origini dei rapporti tra mafia e obbedienze massoniche fa da gran catalizzatore è quello di Frank Gigliotti, membro influente della massoneria statunitense e consigliere capo della Cia di allora (Oss), il quale ha stretti legami con Cosa nostra. Uno dei primi atti dell’Oss è costituito, infatti, dalla liberazione armata di circa cinquecento mafiosi al confino presso l’isola di Favignana.

Gigliotti, pastore metodista, è figura di primo piano nella preparazione dello sbarco e, nel dopoguerra, viene fatto presidente del Comitato dei massoni Usa che tenterà di condurre in porto la riunificazione della massoneria italiana sotto il controllo di quella statunitense. Tentativo che mira soprattutto a fondere il Grande Oriente d’Italia con il Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia del principe siciliano Alliata di Monreale, legata all’obbedienza di piazza del Gesù. Il pastore protestante sarà il vero protagonista della rinascita massonica in Italia, adoperandosi anche affinché la massoneria italiana del Grande Oriente ritornasse in possesso della storica sede di Palazzo Giustiniani a Roma. L’atto di transazione fu infine sottoscritto, il 7 luglio del 1960 negli ultimi giorni del governo Tambroni, dal ministro delle finanze Trabucchi e, per conto del G.O.I, da Publio Cortini, vedendo presenti tra gli altri, al tavolo della firma di una stipula che avrebbe dovuto riguardare solo l’Italia, l’ambasciatore americano Zellerbak, anch’egli noto massone, e il suddetto Frank Gigliotti. Quest’atto “notarile” rappresenta di fatto il riconoscimento ufficiale della massoneria da parte del governo ed avviene sotto il patrocinio americano. Gigliotti, verosimilmente, cura anche gli interessi di quella mafia senza l’ aiuto della quale lo sbarco difficilmente avrebbe potuto essere realizzato, se non addirittura progettato. Come afferma anche il giornalista Ferruccio Pinotti, nel suo recente studio “Fratelli d’Italia”, “non è un mistero che la massoneria siciliana sia stata fondamentale, insieme a elementi della mafia, nel preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia”. Solo dopo la caduta del regime fascista, infatti, gli Alleati ridonarono vigore sia ai mafiosi che alle vecchie classi dirigenti liberali e massoniche, si guardi all’esempio eclatante dei vari sindaci mafiosi nominati dall’Amgot, da questa indiscutibile simbiosi nasce il sistema di illegalità permanente al potere nella nostra regione.


Questi rapporti, già ben avviati fin dal ’43, continuarono nel tempo e si consolidarono nei decenni successivi nel quadro di un intricato scenario internazionale che in Italia registra l’ascesa di personaggi come Michele Sindona e Licio Gelli, quest’ultimo incaricato dall’allora Gran Maestro Gamberini (in carica dal luglio ’61 al marzo ’70) di proseguire l’opera di Gigliotti nel mantenere le relazioni con le logge USA. E’opportuno notare, a proposito di logge nordamericane, che la famosa loggia Garibaldi è definita da uno che se ne intende, l’ex Gran Maestro Giuliano Di Bernardo, “un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita”.

Quest’area grigia trova in Sicilia l’importante collegamento costituito dal già ricordato principe Alliata. Parla di lui un importante collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, uomo d’onore riservato e medico specialista che fin dagli anni ’60 diventa “libero muratore”. Il suo percorso iniziatico lo porta a far parte prima dell’obbedienza di piazza del Gesù e poi di quella di palazzo Giustiniani. Della prima è Gran Sovrano il principe Giovanni Francesco Alliata. Lo zio di Pennino, suo omonimo, era capo mandamento di Brancaccio-Ciaculli e alla famiglia di Brancaccio apparteneva Alliata, rivestendo nello stesso tempo la più alta carica della Gran Loggia d’Italia. L’uno massone ed uomo d’onore riservato, nipote di un capo mandamento, l’altro altissimo dignitario massonico e mafioso. Pennino, nel corso degli anni, parla di molte fra queste doppie appartenenze e racconta della presentazione, fatta da Alliata, di Sindona al boss Stefano Bontade.

Nella requisitoria del p.m. nel processo per l’omicidio Calvi, il magistrato sottolinea che il medico mafioso e massone “non era a conoscenza dell’esistenza di una regola per la quale l’appartenenza a Cosa nostra era incompatibile con quella alla massoneria e nessuno gli aveva mai detto nulla in merito. Giuseppe Ciaccio era un suo amico ed era massone ed uomo d’onore della famiglia dell’agrigentino, Villafranca Zepola. Del pari, Gianfranco Alliata, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio e massone, come del resto Stefano Bontade”. “Pennino è uno di quei colletti bianchi, appartenente al mondo delle professioni, con esperienza politica, che ha messo a disposizione dell’organizzazione la propria posizione sociale e l’appartenenza alla massoneria; e ha permesso di navigare nell’area grigia delle relazioni esterne che gli appartenenti all’organizzazione hanno allacciato con i detentori del potere finanziario. Il suo contributo è rilevante soprattutto in riferimento agli investimenti di denaro del gruppo dei “perdenti” nelle holding di Sindona, poi fatti transitare in parte nel Banco Ambrosiano, e al ruolo del massone Giacomo Vitale (cognato di Bontade n.d.r.), il quale ha tentato di recuperare i soldi tramite Licio Gelli. Si tratta di circostanze che consentono di capire come gli interessi di Cosa nostra siano passati, dapprima attraverso Sindona e, successivamente, tramite Calvi, senza che vi sia stata una frattura”.

Dunque, in Sicilia, i soldi di Cosa nostra, frutto dello scempio edilizio noto col nome di “sacco di Palermo” e di ingenti quantitativi di droga che passando per le raffinerie dell’isola erano destinati agli Stati Uniti, venivano riciclati dal mafioso e massone Michele Sindona, noto per aver mosso i primi passi proprio all’epoca dello sbarco americano, quando i sindaci si chiamavano Calogero Vizzini e Genco Russo, insediati dal massone Poletti “governatore” americano dell’isola. E’ fra gli anni ’60 e ’70, gli anni d’oro della D.C. di Gioia, Lima e Ciancimino e dei primi delitti eccellenti, che una parte della mafia, quella facente capo a Stefano Bontade, cementò ulteriormente le relazioni con la massoneria, sino a creare una superloggia (la loggia dei trecento, poi sciolta da Bernardo Provenzano) nella quale erano presenti esponenti delle principali famiglie mafiose. Il pentito Rosario Spatola seppe infatti che Bontade “stava cercando di modernizzare Cosa nostra. Vedeva più in là, vedeva la potenza della massoneria, e magari riteneva di poter usare Cosa nostra in subordine, come una sorta di manovalanza”. Anche gli atti del processo Dell’Utri forniscono indicazioni e testimonianze in merito al rapporto tra mafia e massoneria, i p.m. scrivono: “Il tema della massoneria è centrale […]. E’ fondamentale per l’associazione mafiosa, e specie per Bontade, che voleva svezzare Cosa nostra ed introdurla ancora di più negli ambienti che contano. Tramite la massoneria viene acquisita una serie di contatti […]. La massoneria, ed in particolare proprio Licio Gelli, fondatore della loggia massonica coperta Propaganda 2, in quel periodo si trova al centro di una serie di interessi, che avevano come propri terminali associati mafiosi”.

La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Violante ci presenta questo quadro: ” Il terreno fondamentale sul quale si costituiscono e si rafforzano i rapporti di Cosa nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche. Il vincolo della solidarietà massonica serve a stabilire rapporti organici e continuativi”. “L’ingresso nelle logge di esponenti di Cosa nostra, anche di alto livello, non è un fatto episodico ed occasionale ma corrisponde ad una scelta strategica […] Le affiliazioni massoniche offrono all’organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere, per ottenere favori e privilegi in ogni campo; sia per conclusione di grandi affari sia per l’ “aggiustamento”dei processi […]. Tanto più che gli uomini d’onore nascondono l’identità dei “fratelli” massonici ma questi ultimi possono anche non conoscere la qualità di mafioso del nuovo entrato”.

Lo scrittore e giornalista Antonio Nicaso, studioso delle diverse organizzazioni criminali, conferma e rilancia: “Bontade non fu l’unico mafioso ad aderire alla massoneria. Il divieto per gli uomini di Cosa nostra a far parte della massoneria rimase solo e sempre sulla carta. Il pentito Angelo Siino (procacciatore di voti per Totò Cuffaro, n.d.r.) racconta che le regole in materia erano elastiche, un po’come la norma secondo cui i mafiosi non potevano avere relazioni extraconiugali. Erano stati soprattutto i boss della vecchia mafia Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo ad avere intuito l’utilità di aderire alle logge”. Forse proprio l’enorme potere così accumulato fu la causa dell’uccisione del primo boss.

Le relazioni pericolose emergono anche nell’ambito dei lavori di altre due commissioni parlamentari d’inchiesta: quella sul caso Sindona e quella sulla famigerata loggia P2, che già avevano approfondito la vicenda del finto rapimento del finanziere e della sua permanenza in Sicilia dal 10 agosto al 10 ottobre del 1979. Agli atti dei due organismi parlamentari, le indagini della magistratura milanese e di quella palermitana che avevano svelato i collegamenti di Sindona con esponenti mafiosi e con appartenenti alla massoneria. Il finanziere era stato aiutato da Giacomo Vitale (cognato di Bontade e protagonista nel contesto del delitto Ambrosoli (1979), commissario liquidatore delle banche, dedite al riciclaggio, di Sindona) capomafia della famiglia di Santa Maria di Gesù e da Joseph Miceli Crimi: entrambi aderenti ad una comunione di piazza del Gesù, la Camea (Centro attività massoniche esoteriche accettate), di origine ligure e presente in Sicilia, soprattutto a Palermo.

Sindona, Gelli, Calvi; siamo al centro dei misteri d’Italia del recente passato e le relazioni tra massoneria, mafia, finanza e mondo politico sono, come abbiamo visto, sempre al centro di tutto. Nessuna delle due principali obbedienze massoniche (il Grande Oriente di palazzo Giustiniani e la Gran Loggia di piazza del Gesù) sembra essere esente da interessi condivisi con quelle degli affari più loschi attorno a cui si consumano omicidi e corruzione diffusa.

Il 1985 è l’anno della strage di Pizzolungo, nel trapanese, in cui, lo ricordiamo, morirono una madre con i suoi due figli gemelli. Il giudice Carlo Palermo, sopravvissuto, indagava sui noti intrecci in una zona fra le più interessate in Sicilia. Nel 1986, Giovanni Falcone scopre a Palermo la loggia Armando Diaz (Centro sociologico italiano), meglio conosciuta come loggia di via Roma 361. Gran Maestro era Pietro Calcione, direttore sanitario dell’Ospedale Civico feudo elettorale di Salvo Lima e fonte di ingenti guadagni legati alla gestione parassitaria della Sanità pubblica che in Sicilia permette in ogni epoca di ottenere un peso politico fondamentale, basti guardare alla parabola politico-giudiziaria di Cuffaro che proprio a questo settore è strettamente collegata nella buona e nella cattiva sorte. Alla loggia di via Roma sono iscritti mafiosi di primo piano come i Greco e il già menzionato Giacomo Vitale. Nello stesso anno a Trapani un’altra inchiesta giudiziaria porta al sequestro di documenti importanti presso un altro “Centro studi” che serve da copertura per le logge. Il Centro studi Scontrino è sede di sette logge(Iside1, Iside2, Ciullo d’Alcamo etc.) a cui sono iscritti numerosi capimafia di Mazara, Alcamo e Campobello di Mazara. Alle logge trapanasi, e alla segretissima loggia C in particolare, erano affiliati imprenditori, banchieri, commercialisti, amministratori pubblici, pubblici dipendenti e uomini politici (la già citata Commissione antimafia ricorderà come l’onorevole democristiano Canino, nell’estate del ’98 arrestato per collusioni con Cosa nostra, abbia ammesso l’appartenenza a quella loggia, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati. Nel relativo processo di Trapani e in quello successivamente celebrato a Palermo nel’95 contro Pino Mandalari (il commercialista di Totò Riina che eliminando Bontade lo ha sostituito ai vertici di Cosa nostra) vengono confermate le connivenze fra le consorterie mafiose e massoniche delle due città siciliane. Mandalari, Gran Maestro dell’Ordine e Gran Sovrano del rito scozzese antico e accettato, avrebbe concesso il riconoscimento “ufficiale” alle logge trapanasi che facevano capo a Grimaudo, responsabile del Centro studi Scontrino. Lo stesso Grimaudo sottolineò in Corte d’Assise le analogie tra il giuramento massonico e quello mafioso. Infine, Mandalari fu uno dei pochi a finire in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il commercialista palermitano, inoltre, si mosse per sostenere le campagne elettorali di candidati di Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Nonostante l’inevitabile incompletezza del quadro tracciato, si può senz’altro concludere che nel decennio fra gli anni ’70 e ’80 il rapporto tra cosche e logge diviene sempre più stretto: Cosa nostra offre la propria potenza militare e la straordinaria capacità di incidere sulla politica, attraverso il controllo di ingenti quantitativi di voti, i massoni forniscono ai boss i mezzi per il riciclaggio del denaro proveniente dall’attività criminale, preziosi contatti politici, magistrati in grado di aggiustare i processi e strategie di potere di più ampio respiro, in grado di incidere anche sulla politica nazionale. Negli anni ’80, solo in Sicilia, si contano più di 170 logge massoniche. Per i mafiosi, l’ingresso in loggia rappresenta anche un notevole salto di qualità, una sorta di investitura sociale; il pentito Vincenzo Calcara, che pochi mesi prima della strage di via D’Amelio iniziò a collaborare con Paolo Borsellino, rivelandogli che aveva ricevuto l’incarico di ucciderlo, riferisce in un’intervista quanto gli venne confidato dal mafioso e massone del trapanese Tonino Vaccarino (che aveva piacere che anche il Calcara fosse iniziato): “ La massoneria è una cosa grande, più grande di noi”.

E davvero ci pare, per usare un eufemismo, estremamente plausibile che tra le due organizzazioni l’una svolga un ruolo superiore, un ruolo gestionale, “cortocircuiti”a parte, nei confronti dell’altra.

Del resto, una mafia che si nutre di cicoria sarebbe tutto sommato facile da sconfiggere per uno Stato che ne avesse l’intenzione, per uno Stato che, almeno, rinunciasse a servirsene. Ma indubbiamente questo non è accaduto, né pare possa, in un prossimo futuro accadere. Non ne vediamo i necessari presupposti, visto e considerato che, dal dopoguerra ad oggi, poco si è ottenuto in questo senso, nonostante il sacrificio di uomini coraggiosi, sempre isolati e abbandonati da uno Stato, presente troppo spesso solo in occasione di funerali e retoriche commemorazioni.


E veniamo, anche a dimostrazione di quanto sostenuto in precedenza, ad un altro documento importante che testimonia delle relazioni pericolose oggetto di quest’analisi.

Si tratta dell’inchiesta che il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, avvia nel 1992, lo stesso anno in cui esplode la prima Tangentopoli, richiedendo gli elenchi dei massoni calabresi al Gran Maestro del Grande Oriente di allora, Giuliano Di Bernardo. Di fronte alla vasta evidenza empirica dei fatti esposti dal magistrato, il Gran Maestro mette da parte il segreto a cui è vincolato e decide di collaborare. Le indagini di Cordova si basavano su denunce provenienti da liberi muratori che, in buona fede, erano allarmati dal dilagare dei comitati d’affari e dalle evidenti commistioni con le organizzazioni criminali. Lo stesso Di Bernardo rivela ad amici la volontà di dimettersi, perché non si sente in grado di controllare le infiltrazioni mafiose, le minacce alla sua famiglia e perché ritiene che la massoneria sia da rifondare, concetti che ripeterà nel testo della sua lettera d’addio del 16 aprile del ’93. La guerra interna al GOI è aperta (antagonista di Di Bernardo fu il suo predecessore Corona appoggiato da tre accusatori ufficiali del Gran Maestro, tre “Grandi Architetti Revisori” tra cui si distinguono un avvocato messinese ed un commerciante palermitano), lo stesso non può dirsi, nonostante il clima favorevole, della guerra senza quartiere che lo Stato avrebbe dovuto fare contro le commistioni mafio-massoniche che lo stesso Di Bernardo invocava per il bene della massoneria. Piuttosto articolati gli ambiti su cui indagava il Procuratore di Palmi: la Sanità, l’import export di armi e droga, il commercio e lo smaltimento dei rifiuti…Ambiti che, superfluo rilevarlo, sono anche oggi al centro di interessi che vedono come protagonisti, in tutto il Sud, massoni, politici d’ogni colore, mafiosi e pubblici amministratori.

L ‘inchiesta di Cordova proseguì fra mille attacchi e mille ostacoli, famosi quelli di Cossiga (da sempre paladino delle logge e degli interessi di casta e sprezzante nei confronti di coraggiosi magistrati, quali lo stesso Cordova e il compianto Rosario Livatino) ma fu costretta a fermarsi e l’inchiesta, trasferita infine presso “il porto delle nebbie” della Procura di Roma, venne archiviata nel dicembre del 2000, nonostante gli 800 faldoni e i 61 indagati dalla Sicilia al Piemonte.

Le commistioni affaristico-criminali e la difesa armata di questi interessi, specie in una fase in cui sembrano ridisegnarsi gli equilibri politici, conducono le masso-mafie a decretare condanne a morte in ogni direzione. Spesso, giornalisti coraggiosi avevano pagato a caro prezzo, da Mauro De Mauro a Pippo Fava, la propria onestà e la propria intelligenza investigativa; qualità indispensabili in un giornalista di razza che oggi, purtroppo, latitano all’interno di una categoria che troppo spesso svolge la squallida funzione di megafono degli uomini di potere, salvo poi attaccarli quando forti non sono più. Ci occupiamo qui dell’omicidio di Beppe Alfano, episodio solo apparentemente “minore” ma altamente significativo nel quadro della presente analisi. L’assassinio viene eseguito l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto; dopo un tormentato iter processuale, le rivelazioni del sicario di Cosa nostra Maurizio Avola (reo confesso di ben 80 omicidi, fra cui quello del già ricordato Pippo Fava) aprono piste prima non battute.

Avola dichiara ai magistrati catanesi che “il vero mandante dell’omicidio si chiama Sindoni, ed è un grosso massone”. Giovanni Sindoni è un potente massone, imprenditore pluri-inquisito del settore agrumicolo, distintosi per numerose truffe ai danni dell’ Aima e della Comunità europea. E’ legato ad esponenti massonici della magistratura messinese e vanta numerose amicizie influenti anche a Roma. Nell’estate del 2002, Avola viene intervistato in carcere, confermando una volta di più la subordinazione di Cosa nostra ad altri poteri. Nel periodo dell’omicidio Alfano, infatti, Barcellona era il rifugio del boss catanese latitante Nitto Santapaola e un omicidio di quel genere avrebbe messo a rischio per ovvie ragioni la sicurezza della sua latitanza. Nonostante ciò la famiglia santapaola non può che piegarsi alle richieste di un personaggio potente. Dichiara Avola nella citata intervista (che abbiamo ripreso dal sito dell’Ordine dei giornalisti di Milano): “ La verità su Alfano? Gli inquirenti hanno puntato tutto sulla gestione dell’Aias (associazione di assistenza ai disabili, n.d.r.), sbagliando. Lo dico perché in un primo tempo dovevo preparare proprio io il suo omicidio e quello di Claudio Fava. Marcello D’Agata mi bloccò dicendomi che, per Alfano, ci avrebbero pensato i barcellonesi, Pippo Gullotti e Giovanni Sindoni. Anche i killers sono del luogo. Due.[…] La “famiglia” Santapaola ha dato l’assenso. Ho svelato solo ora i nomi dei veri mandanti del delitto Alfano perché prima era pericoloso…Prendete i mandanti esterni alle stragi. Si corre il rischio che ti prendano per pazzo. Esiste una ‘superloggia’, una sorta di nuova P2 che ha deciso certe cose in Italia. Non ho raccontato questa verità ai giudici di Messina, proprio perché sapevo che Giovanni Sindoni è amico di alcuni magistrati corrotti. […]”. Di una superloggia parla anche Vincenzo Calcara, un killer pentito le cui rivelazioni erano annotate sull’agenda rossa di Paolo Borsellino, misteriosamente scomparsa il giorno della strage di via D’Amelio, dopo che la borsa in cui era contenuta era stata fotografata nelle mani di un ufficiale delle forze dell’ordine [per l’agenda rossa, rimandiamo alla lettera aperta di Salvatore Borsellino che riproduciamo in appendice]. Lo stesso Calcara ha sostenuto che gli argomenti trattati con il magistrato riguardavano i rapporti tra Cosa nostra, la massoneria e le istituzioni.

Il giornalista assassinato aveva capito che le attività agrumicole di Sindoni conducevano alla frode sulle sovvenzioni erogate dalla Comunità europea e che, inoltre, sui camion adibiti al trasporto delle arance viaggiava anche la droga. Il punto di raccordo di questi traffici era costituito dall’associazione di antica tradizione simil massonica “Corda fratres” di cui erano soci, oltre al mandante operativo Gullotti, magistrati, imprenditori e professionisti barcellonesi. Non ha pace anche oggi la cittadina del messinese. Nonostante una relazione prefettizia molto dettagliata, che illustrava l’infiltrazione criminale nell’amministrazione del Comune, di recente il ministro dell’Interno Amato non ha ritenuto necessario commissariarla, sciogliendo l’intero Consiglio comunale. Per la cronaca, il comune di Barcellona è diretto dal sindaco Candeloro Nania, cugino del più celebre Domenico senatore di Alleanza Nazionale. Ci risulta, che il noto uomo politico sia stato determinante, insieme a tutte le forze politiche barcellonesi, nell’archiviazione della pratica di commissariamento, intervenendo con un infuocato comizio (14 gennaio 2006) a difesa del proprio feudo elettorale. Da quando amministra suo cugino le cose sarebbero cambiate…

Ancora gli anni ’90. Gli anni delle stragi, dell’omicidio Alfano, di Tangentopoli…La cronaca politico-giudiziaria e quella più direttamente collegata all’attività criminale di Cosa nostra si intersecano, scorrendo in una crescente contiguità. Cambiano i boss, emergono i politici di una seconda repubblica identica alla prima, non si squarcia il velo sui misteri d’Italia (Ustica e Bologna su tutti)…Questi anni, che si erano aperti a Palermo, nel 1988, con l’omicidio dell’ex sindaco Insalaco, vedono Cosa nostra agire, con i suoi metodi, per partecipare senza remore ad un momento storico determinante per archiviare i vecchi equilibri ed inaugurare nuove stagioni. Seguiamo il dottor Tescaroli, Sostituto Procuratore presso il tribunale di Roma, che delinea, sulla base delle risultanze processuali, il seguente quadro: “ Cosa nostra […] si propose tre obiettivi: uccidere gli avversari e gli “amici” ormai inservibili, tutti i politici colpevoli di non aver rispettato i patti (maxi processi e leggi speciali, passate e future, n.d.r.); giungere, a suon di bombe, all’eliminazione dell’ergastolo, della normativa sui collaboratori di giustizia, sul sequestro dei beni e sul regime carcerario previsti dall’ art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, attraverso una trattativa con lo Stato; propiziare un nuovo assetto politico-istituzionale del Paese, più sicuro e affidabile per l’organizzazione , attraverso la creazione di un movimento indipendentista (o più movimenti autonomisti? n.d.r.) e/o l’appoggio a nascenti realtà politiche. Con queste prospettive, sviluppò rapporti con referenti istituzionali nel quadro di un aperto progetto criminale che attuò nel biennio 1992-93. Una strategia unitaria che ha visto l’organizzazione impegnata anche fuori del territorio siciliano e verso obiettivi inediti: musei e chiese, oltre a politici, magistrati, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, giornalisti, collaboratori di giustizia”. Sembra proprio di rivivere la drammatica storia di quegli anni…


Nel contesto di una normalizzazione che seguì a questa fase, conducendoci agli eventi più recenti, e che tutti gli analisti del fenomeno criminale sembrano rilevare; in campo politico, il ruolo della vecchia D.C. e del P.S.I fu assunto nella Sicilia degli ultimi quindici anni, nonché in gran parte dell’Italia meridionale, oltre che da chi ne ha ereditato più direttamente uomini e clientele (Forza Italia, Udc, Udeur, Margherita) anche da chi aveva cavalcato Tangentopoli, dai Ds al fu M.S.I, uomini di questi partiti, a vario titolo, sono stati e sono coinvolti, nelle regioni meridionali, in diverse inchieste giudiziarie e molti di loro sono con insistenza “chiacchierati”. Un ruolo significativo viene svolto da una schiera di Partiti pseudo autonomisti che, costituitisi in breve tempo dopo il crollo dei vecchi punti di riferimento, ben presto hanno conquistato il ruolo di vero e proprio ago della bilancia della politica locale. Il caso giudiziario più eclatante, che ha riportato, di recente, alla luce i consueti intrecci, riguarda, in Sicilia, ancora una volta, Trapani e la sua provincia. Nei primi giorni di aprile del 2007, viene arrestato il leader e fondatore di uno dei più influenti partiti neo autonomisti: Bartolo Pellegrino padrone incontrastato di Nuova Sicilia.

Pellegrino è un ex socialista, è stato vice presidente della Regione e, dal 2001 al 2003 assessore al Territorio e Ambiente in una giunta presieduta da Cuffaro. Secondo gli inquirenti, l’esperto politicante costituiva il collegamento diretto fra mafia e partiti, facendo “mercimonio delle proprie funzioni di assessore”. In occasione di quell’arresto, che suscitò alla vigilia delle elezioni amministrative, un autentico terremoto e che coinvolse anche il candidato sindaco del centro sinistra a Trapani, Buscaino (Margherita), registrammo le dichiarazioni a margine rilasciate alla stampa dal Procuratore Aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato. Il magistrato si sfogò con i giornalisti affermando, in buona sostanza, quello che da sempre come forzanovisti siciliani pensiamo, e che costituisce, come si è detto, il filo rosso che lega fra loro le vicende oggetto del presente modesto lavoro; disse Scarpinato: “Nel sistema di potere il boss mafioso è solo una piccola parte del sistema che si regge grazie al coinvolgimento di una parte della borghesia, di una parte della politica, di una parte dello Stato. Di coloro che hanno fatto le nostre stesse scuole e frequentano i nostri stessi salotti”. E ancora: “ Certo se la mafia fosse costituita soltanto da personaggi come Riina e Provenzano, lo Stato se ne sarebbe liberato già da molti decenni”. Colletti bianchi, medici, pubblici funzionari, professionisti, amministratori degli enti locali… Personaggi “rispettabili” e rispettati che frequentano gli ambienti giusti, che sono iscritti ai circoli che contano e alle logge più o meno coperte. Non per niente, proprio l’anno scorso, il Vescovo di Trapani ammonì, nel corso di una coraggiosa omelia d’altri tempi, i fedeli; ribadendo che chi è massone è fuori dalla Chiesa, non potendosi servire nello stesso tempo Dio e mammona, la Chiesa e l’antichiesa, lo Stato e un suo surrogato, la comunità e i suoi parassiti. E lo fece da un pulpito di Alcamo, nel cuore di quella provincia trapanese che, pur essendo relegata agli ultimi posti delle graduatorie sul reddito, è fornita del più alto numero di sportelli bancari e di finanziarie



Arriviamo adesso alle ultime vicende che, in ordine di tempo, riguardano l’oggetto principale del presente scritto.

Il 27 marzo del 2007, il Sostituto Procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris avvia un’inchiesta ad ampio raggio che affronta per l’ennesima volta il nodo gordiano dei rapporti tra politica, massoneria, lobbyes affaristiche e criminalità organizzata. L’inchiesta si collega ad altre già avviate, a Potenza, Trapani e Roma, sulle relazioni intercorrenti fra quelle che abbiamo chiamato “Due M”.

Si profila una vera e propria “Tangentopoli massonica del Sud” che, partendo dalla Calabria come già avvenuto per le indagini condotte da Cordova, si allarga a tutto il Paese con al centro, quale cuore massonico-finanziario, la repubblica di San Marino, sede operativa di Piero Scalpellini, consulente di Romano Prodi. Il 25 giugno si parla di un avviso di garanzia per l’allora presidente del Consiglio, funzionari pubblici ed amministratori di tutti i partiti sono coinvolti e come già avvenuto negli altri casi, la gestione del denaro pubblico è al centro delle accuse. Tutti sono coinvolti dagli sviluppi dell’inchiesta calabrese, e non è un modo di dire: dal recentissimo caso della signora Mastella, posta dal marito alla presidenza del Consiglio regionale della Campania, a politici e funzionari legati a Maurizio Gasparri di A.N e al segretario dell’Udc Cesa, il cui partito sembra detenere il record di esponenti politici inquisiti, passando per i DS calabresi fino a giungere ad Agazio Loiero, presidente della regione Calabria e uomo di punta del neonato partito democratico. Magistrati come De Magistris non possono essere accusati di voler perseguire interessi di parte, né politica né di categoria. Il Sostituto dichiarò infatti ad un’emittente calabrese: “ Per poter affrontare il tema della giustizia in modo serio bisogna essere anzitutto non corporativi e molto critici al proprio interno. Ritengo che la Magistratura abbia fatto parte molto spesso, in alcune sue componenti, di un sistema non trasparente”. Il magistrato ha lavorato con il supporto specialistico del consulente tecnico Piero Sagona, ex ispettore della Banca d’Italia e dell’Ufficio italiano cambi come esperto di antiriciclaggio. E’ interessante leggere quel che scrive il dottor Sagona nell’Ordinanza De Magistris relativa alle perquisizioni richieste: “Le indagini effettuate dalla procura della Repubblica di Catanzaro hanno fatto emergere anche che, per offrire un apparente schermo di legalità ed anche per consolidare i rapporti, di tipo pure massonico, fra i soggetti, venivano costituite associazioni e fondazioni operanti con l’Estero. E’ questo il caso dell’Osservatorio del Mediterraneo, in cui si è ricostruito un solido legame tra Fabio Schettini (ex segretario particolare di Frattini, n.d.r.) e l’ex ministro Franco Frattini, attuale Commissario europeo a Bruxelles, ed in cui è confluito denaro illecito nella disponibilità del predetto Schettini (persona incaricata di raccogliere denaro, per conto di Forza Italia […] ). Legame di tipo anche affaristico che si consolida attraverso la costituzione […] dell’Istituto per il Turismo del Sud, avente il dichiarato obiettivo di perseguire attività turistiche e imprenditoriali nel Sud Italia, attraverso la Nuova Merchant Spa con il supporto della Banca Nuova Spa, con sede in Palermo, che ha un ruolo, guarda caso, proprio nell’Osservatorio del Mediterraneo. E’ questo il caso della Free Foundation For Research on European Economy in cui assume un ruolo il consigliere economico, On. Brunetta,

dell’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Berlusconi, ed ove compare Stefano Torda, già coinvolto in indagini aventi ad oggetto proprio il settore dei finanziamenti pubblici, nonché persona legata all’attuale coordinatore regionale in Calabria di Forza Italia. […]”. L’Ordinanza prosegue citando i nomi di altri funzionari e politici coinvolti, concludendo che gli ispiratori degli intrecci affaristici sono persone riconducibili alla cosiddetta loggia di San Marino ed alla Compagnia delle Opere legata a Comunione e Liberazione.

La verità emerge dunque in modo lampante e, per quanto ci riguarda, anche a prescindere dalle definitive risultanze processuali. Ammesso e non concesso che traffici di tal genere finiscano col non costituire motivo di condanna, come ormai avviene per il finanziamento illecito dei partiti e la compravendita dei voti, l’immoralità e l’intrallazzo elevato a sistema non possono diventare in alcun modo la normalità perché, come si dice, “così fan tutti”. Si tratta di una verità che ottiene quotidiane conferme; la più recente, per rimanere in Sicilia, è legata al nome di Totò Cuffaro che, confortato dalla fiducia registrata poco prima dal parlamento siciliano, oltre che da Berlusconi e Fini, dopo la nota condanna a 5 anni, si dimette solo prima che il governo lo sospenda dalla carica di governatore. Quel Cuffaro che, oltre ad ottenere puntualmente percentuali bulgare grazie all’aiuto di noti mafiosi e a sfruttare sapientemente la fame di lavoro dei siciliani, contrattava il tariffario sanitario regionale con Michele Ajello, uomo di Provenzano, condannato a 14 anni per associazione mafiosa ed altri reati e suo coimputato. Risulta quanto mai ipocrita, in questo contesto di stretta connivenza, il coro di lodi e di elogi sperticati che si leva da tutti i partiti in occasione di ogni arresto che riguarda i boss mafiosi. Anche in questi giorni a Palermo, seguendo i numerosi arresti conditi dalle solite congratulazioni che provengono anche da chi ha ormai definitivamente acquisito una patente antimafiosa inossidabile, abbiamo la netta sensazione che, seppure importanti, essi non intacchino la rete di rapporti con sfere di potere non sempre iniziate con rituali mafiosi. Certo di passi avanti se ne sono fatti, un tempo l’adagio era: “la mafia non esiste”, oggi però ne sentiamo ripetere un altro che sembra dire: “ Massoneria e criminalità non hanno rapporti, la massoneria di cui parlate non è la vera massoneria, tutt’al più è deviata. I massoni sono dei filantropi che si occupano di innocuo essoterismo, non sono interessati ad affari e gestione del potere politico”. E’ come dire, ci pare, i massoni e la massoneria non esistono!

La realtà è un’altra: in ogni contesto territoriale, in ogni amministrazione della nostra martoriata isola e del nostro martoriato Paese operano comitati d’affari masso-mafioso-partitici che voracemente fagocitano il denaro pubblico, gestendo il potere per quest’unica finalità. La gestione della cosa pubblica è criminale e devastante e, specie nelle zone più povere del Sud, capace di prosciugare ogni minima risorsa, condannando il nostro popolo al servilismo, alla disperazione, alla miseria, all’emigrazione.

Cronache quotidiane di un sistema di potere nato con lo sbarco mafio-americano che, dopo aver indossato i panni dei partiti della famigerata Prima Repubblica, indossa oggi agevolmente tutte le casacche e ne disegna di nuove, utilizzando come ultima trovata quella già sperimentata dell’autonomismo, in una Regione autonoma e a statuto speciale già fra le più autonome d’Italia.

Forza Nuova chiama il popolo all’insorgenza e, fedele al proprio ruolo di avanguardia popolare, pone la lotta alle masso-mafie, e alla politica complice, tra le irrinunciabili priorità della propria azione politica. Il Sud e il Paese non potranno liberarsi di questo cancro se non attraverso una lotta che veda il nostro popolo come protagonista di una vendetta sacrosanta contro chi da sempre vive sulle sue spalle: frustrandone ogni legittima speranza, minacciando e uccidendo chi denuncia e si ribella. L’amore per la nostra terra ci guida, un amore sincero. L’amore di chi ama il suolo che calpesta, non certo perché tutto vada bene ma, al contrario, perché così com’è questa terra non gli piace. Lo stesso spirito che animava siciliani come De Mauro, Alfano, Borsellino; uomini che con le loro storie personali, e quindi anche “politiche”, dimostrano che la lotta ai poteri forti non può essere appannaggio di una fazione, che anzi spesso questa lotta ha strumentalizzato per garantirsi una rendita elettorale, e, una volta ottenutola, ha seguito l’andazzo consueto dell’ordinaria gestione del potere, fingendo di non accorgersi di aver predicato bene e razzolato male. Non è pensabile l’ergersi a campioni dell’antimafia e ricorrere, nello stesso tempo e in nome della necessità, a metodi clientelari per procurarsi i voti, si tratterebbe, in definitiva, di un’ evidente legittimazione del medesimo sistema moralmente detestabile che si dichiara, a parole, di voler combattere.

Forza Nuova rivendica per sé quella pulizia morale indispensabile per far sì che all’attuale classe politica se ne sostituisca una nuova che appartenga ad una differente tipologia etica.

Giuseppe Provenzale
Forza Nuova, Federazione provinciale di Palermo
www.forzanuovapalermo.org



Appendice
 

Riproduciamo in quest’ appendice una significativa lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che, al contrario di quanto spesso è avvenuto per molti antimafiosi di professione o di complemento, non ha voluto unirsi ai consueti cori che hanno preteso per sé l’esclusiva assoluta sulla complessa materia della lotta alla criminalità organizzata e alle sue connivenze politiche.

Salvatore Borsellino accusa senza mezzi termini lo Stato di responsabilità nella strage e, oltre a raccontare degli ultimi giorni del fratello, della misteriosa agenda rossa scomparsa e degli interrogativi ancora senza risposta dell’intera stagione delle stragi, affronta l’argomento tabù delle coraggiose denunce che rivolse al Sindacato l’operaio Gioacchino Basile. Il Cantiere Navale di Palermo, infatti, feudo del vecchio P.C.I, non era, e non è, certo esente da pesantissimi condizionamenti mafiosi che vedevano, e vedono, nel Sindacato un partner acquiescente, anziché, come dovrebbe, un nemico irriducibile. Questa appendice vuole essere un modesto omaggio che rivolgiamo al magistrato che insieme alla scorta fu ucciso nella strage di via D’Amelio, ispirato dall’amore per la verità che con Paolo Borsellino ci onoriamo di condividere.



19 Luglio 1992 : Una strage di Stato

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva -no fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistrati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi politici.

Gioacchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo Stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri Paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla Camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!

La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott. Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

Per un’altra archiviazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Salvatore Borsellino

Milano, 15 Luglio 2007




Bibliografia utilizzata o consultata



Arrigo Petacco: “Il prefetto di ferro”- Mondadori

Aldo A. Mola: “Storia della Massoneria italiana”- Bompiani

Ferruccio Pinotti: “Fratelli d’Italia” - Rizzoli BUR

Per gli atti delle Commissioni antimafia si veda il sito:

http://www.regione.toscana.it/cld/doc_com_parl.htm


Sul caso che ha coinvolto Bartolo Pellegrino e le dichiarazioni del dr.

Scarpinato:

http://www.a.marsala.it/index.php?mod=page&nw=2:3:4:2007:1879

Su Beppe Alfano:

http://www.forzanuova.org/intervista_Antonio_Ragusa.htm

https://www.odg.mi.it/memorial_alfano.asp

http://www.terrelibere.it/terrediconfine/index.php?x=completa&riga=2771



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Commenti (3)
  • Giuseppe Provenzale  - Grazie
    Ringrazio Marzio per la pubblicazione del documento in oggetto. Volevo precisare che risale al febbraio dello scorso anno.

    Complimenti per il novo sito.

    G.P.
  • Maccabeo
    Bellissimo articolo, molto triste nella sua "chiarezza". Liberiamo l'Italia da questi roditori se è possibile, o finiranno col rosicchiare tutto. Vili odiosi massoni e mafiosi andate a lavorare!
  • kri
    Articolo molto bello. Interessante il passaggio in cui affermi che non esiste una massoneria "deviata", ma esiste la massoneria e basta (abbasso l'ipocrisia).
    Purtroppo vedo la potenza di questa organizzazione, non solo a livello nazionale, ma anche a livello mondiale e mi sento di dire che sono troppo potenti per essere sconfitti.
    Forse la disastrosa situazione italiana è dovuta al fatto che la nostra nazione è sede di alcune di queste organizzazioni tra le più potenti al mondo come ad esempio mafia, massoneria, nobiltà nera, vaticano, etc...
    Comunque anche gli altri stati non è che scherzano; basta vedere come sono messi negli Usa: skull n bones, bohemian grove, cia, mafia, cfr, trilaterale, etc..
    Una possibile arma contro questo sistema è quello di uscire dal sistema dei partiti politici, che hanno un'organizzazione di tipo piramidale e pertanto una volta che hai penetrato il vertice di questa organizzazione conseguentemente hai il controllo anche sulla base.
    Un sistema in cui sia la base a decidere un proprio programma politico e che elegga un proprio rappresentante ( e solo quello deve essere, e non il solito ducetto di turno) per portarlo avanti fino alla fine (dopo di chè il tipo deve prendere baracca e burattini e togliersi dalle scatole).
    Un sistema in cui le idiologie politiche non abbiano nessun peso, perchè destra e sinistra non sono mai veramente esistite (dal mio punto di vista).
    Insomma, un sistema difficilmente gestibile dai soliti poteri occulti.
    Ps.: Si potrebbe iniziare togliendo il monopolio televisivo a qualcuno di nostra conoscenza, per vedere di risvegliare gli italiani da questa catarsi in cui sono piombati a partire dagli anni ottanta, nutrendoli quotidianamente a calcio e veline e veline e calcio.
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