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Romania 1949: l'esperimento Pitesti PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Aprile 2010 00:00
Aleksandr  Solgenitsîn, che aveva subìto a lungo le torture, le privazioni, l’immane sofferenza dei gulag, definì ciò che accadde nel carcere di Pitesti – 110 chilometri a nord-ovest di Bucarest - tra il ’49 e il ’52: “il più terribile atto di barbarie del mondo moderno”. Una barbarie senza fine, assoluta, che non è facile da comprendere e da incasellare, perché commessa pur sempre da esseri che chiamiamo umani. Chi non crede all’esistenza di quello che hanno definito “male assoluto”, chi non lo concepisce - anche teologicamente - come possibile, di fronte alle infinite torture che quotidianamente – giorno e notte – venivano praticate a Pitesti, rischia di cambiare idea e, in questa direzione, la certificazione di Solgenitsîn assesta dunque un duro colpo a quella che rimane, nonostante Pitesti, una verità.

C’è, però, una traccia da seguire che non tutti sono in grado di individuare senza pregiudizi: la più terribile barbarie del mondo moderno fu esercitata scientificamente in quella Romania che aveva visto sorgere e svilupparsi la splendida esperienza della Guardia di Ferro e fu rivolta in special modo proprio contro quei legionari – i più giovani tra essi, moltissimi gli studenti, ritenuti per questo “riprogrammabili” – che avevano attinto alla fonte pura dell’ esempio e della dottrina del Capitano Codreanu. La barbarie era mossa dall’ odio infinito verso chi, altrimenti, sarebbe stato fino alla morte un irriducibile avversario del marxismo stalinista in versione rumena che si proponeva di realizzare un tipo d’uomo antitetico a quello che la Legione indicava come uomo nuovo e che altro non era che una ricostruzione dell’uomo quale era sempre stato: l’uomo irreprensibile di ogni società degna di questo nome. E questo non può certo essere compreso da chi si ostina ad inquadrare l’opera di Codreanu all’interno delle anguste e demonizzanti categorie dell’antisemitismo o del filo-nazismo. Sono, queste ultime, ostinazioni false e fuorvianti che allontanano dalla comprensione di un fenomeno storico e politico di straordinaria rilevanza (suggerendo, forse, anche una sorta di inconcepibile, spero non del tutto consapevole, contestualizzazione dell’orrore) il cui altissimo valore formativo e pragmatico è tutt’altro che tramontato e che, oltretutto, non consentono la piena comprensione di ciò che si verificò in quell’anticamera terrena dell’inferno. 

Il capo degli aguzzini, sorta di “sacerdote” luciferino, Eugene Turcanu, era, infatti, un volgare traditore della Fede dei suoi padri, della Legione, della Patria; egli, da “rieducato” trasformatosi in “rieducatore”, ben conosceva di quale tempra fossero portatori gli uomini di Codreanu e Horia Sima; spinto da un’ossessione diabolica e senza rimorso giungeva a vedere in ogni oppositore, in ogni “refrattario”, un legionario; e reagiva, come gli altri aguzzini, alla maniera di un indemoniato consenziente alla sola vista di quel verde che gli ricordava la realtà di un modello mai riconvertibile all’incubo a cui lui stesso e i suoi padroni credevano si potessero attribuire i connotati di un sogno: una società senza Dio, fatta di uomini senz’anima, privi di Patria e di famiglia. La stessa persistenza di tali valori era il crimine peggiore, la perversione da estirpare e chi meglio della Legione li aveva, negli ultimi anni, professati e incarnati in quella terra cristiana? Lo sapeva il governo fantoccio, insediato dagli eserciti di Stalin, di Petru Groza e Ana Pauker, (donna, molto poco femminile, di origini ebraiche) lo sapeva Turcanu, lo sapevano le guardie: l’esperimento Pitesti si rendeva indispensabile principalmente proprio per la “rieducazione”dei militanti della Guardia di Ferro.
 
***

Una mattina - da qualche parte dovrò pur iniziare a descrivere l’orrore - il secondino di sorveglianza ai prigionieri di corvèe alle gavette - che il “metodo Pitesti” prevedeva fossero spesso usate anche come latrine, da cui far mangiare agli sventurati i propri o gli altrui escrementi – osserva, con particolare attenzione, il giovane monarchico Sandu Angelescu. Il ragazzo - a cui Turcanu ha confidato di essere stato un legionario, allo scopo di riceverne le confidenze - è appena arrivato, ed è stato da poco nominato capo-camerata; nonostante le sue affermazioni è ritenuto essere un legionario in incognito. Angelescu sta infilandosi un golf, quando il secondino che lo osservava chiede, urlando: “ Che cos’è quella maglia verde? Persino qui, figlio di puttana, fai il legionario?” “L’avevo il giorno che mi hanno arrestato. E’ verde ma non vuol dire che sia un legionario” protesta il ragazzo ignaro. Il guardiano è fuori di sé: “Levati quella maglia, immediatamente!”

Sandu commette due errori: discute,  lamentandosi del freddo gelido, e consegna sì l’indumento dal colore proibito, ma rimanendo in piedi con aria di sfida e, per di più, imprecando contro il sopruso ricevuto, dopo che il sorvegliante ha lasciato la stanza. Turcanu, fisico possente da atleta, lo colpisce con tale violenza da farlo finire a terra, rimproverandolo dell’insubordinazione. Ad un preciso segnale del prigioniero, improvvisamente rivelatosi aguzzino, metà dei detenuti, armata di spranghe di ferro, si scaglia sull’altra; ciascuno, imitando l’esempio del loro capo, punta su chi gli ha fatto qualche confidenza. Angelescu, naso rotto, occhiali rotti e occhio sanguinante, è finito sotto a un letto, altri con la forza della disperazione sono riusciti a prevalere sulla squadra di Turcanu.

A questo punto, fanno il loro ingresso le guardie con due ufficiali, chiedono al capo-camerata che cosa sia accaduto, Sandu, macilento, indica Turcanu quale aggressore, ma l’aggressore si dichiara aggredito: “Siamo stati rieducati nell’ODCC, l’organizzazione dei detenuti di convinzioni comuniste”. “Abbiamo proposto a questi banditi di rinunciare al loro atteggiamento…alle attività criminali, e associarsi a noi. Allora ci sono saltati addosso”. Gli aggrediti, già pesti e lividi, vengono trascinati nel corridoio nudi, al gelo, e picchiati per mezz’ora senza sosta con sbarre di ferro acuminate  e bastoni in ogni parte del corpo, fino a che non restano immobili sul pavimento, il corridoio è un fiume di sangue e urina.(1)

Era una normale mattinata a Pitescu, ma il giovane Sandu non poteva saperlo, credeva forse che il tutto si esaurisse in quella notte passata a non dormire, abbagliato com’era da una luce accecante. Avrebbe scoperto che il violento pestaggio patito da chi sembrava condividesse la sua stessa sorte, era solo una sorta di unità didattica a cui ne sarebbero seguite molte altre ben peggiori, parti coerenti di un sadico metodo pedagogico, differenti, ma imprevedibili per chi come lui aveva appena messo piede in quell’inferno, erano nient’altro che normale sadica amministrazione per gli allievi/vittime, senza volontà propria, di quella prigione.


“Smascheramenti”, “autobiografie” e blasfeme parodie

Certo, Pitesti non era l’unico luogo di detenzione e tortura in quella terra infelice e martoriata, milioni di rumeni ebbero modo - prima, durante e dopo quegli anni - di imparare a conoscere il tragico risultato di un’ideologia che qualifica l’inferno come il paradiso in terra, ma a Pitesti  la tortura ininterrotta, che interessò in pochi anni migliaia di rumeni, forse cinquemila, era concepita come un fine in sé e nessun luogo al mondo era mai stato pensato secondo simili modalità: né sterminio, né semplice annientamento, né lavoro forzato. Non si uccideva a Pitesti, se non per errore, e si verificò un solo suicidio (vennero adottate subito opportune contromisure), nulla veniva prodotto e nessuna grande opera era in corso.  Ai pestaggi, selvaggi e ripetuti, praticati con ogni genere di attrezzo si aggiungevano le sospensioni al soffitto con pesi di 40 chili per ore e giorni consecutivi, lo strappo dei capelli alla radice, la rottura delle dita di mani e piedi, l’induzione a commettere reciproci atti di sodomia fra i detenuti, l’obbligo di inghiottire sale senza poter bere - della nutrizione con escrementi abbiamo già scritto - lo sbattimento violento di crani fra loro e contro le pareti delle celle, la costrizione a dormire immobili con le braccia rigidamente incrociate sul petto, riproducendo la maniera in cui venivano seppelliti i santi e i martiri cristiani, pena l’immediata punizione fatta di randellate, la costrizione ad urinare nelle bocche dei compagni, le immersioni prolungate della testa in secchi stracolmi di urina e feci…

“Voglio sapere tutto su di voi. Su vostro padre. Su vostro nonno. Su vostro bisnonno. Tutto confesserete. […] Il vostro evangelista sono io”. “Se mi fossi occupato di Gesù, lui non sarebbe mai diventato Cristo. Capito?”- urlava Turcanu - sapeva bene che il terrore di una tortura senza fine è molto più forte della morte.(2)

La prima fase era quella del cosiddetto “smascheramento esterno”. “…Significa che a turno uno di loro verrà torturato, spremuto e posseduto dai giudici agli ordini di Turcanu fino a che non avrà dichiarato tutto, ogni peccato d’intenzione, mancanza o crimine reale, commesso contro il Partito prima dell’arresto; e dovrà essere proprio e indefettibilmente tutto ciò che ha fatto, o progettato di compiere, o appoggiato o visto o permesso. E poiché nessuno a questo riguardo può dirsi davvero innocente, presto sarà la particolare giustizia di Pitesti a stabilire l’intensità e la durata delle punizioni che seguiranno”. (3) Si accusano i padri, le madri, le mogli, i figli delle peggiori nefandezze, ci si autoaccusa di incesti mai avvenuti, di impossibili unioni contronatura con animali d’ogni specie. Neanche questo è sufficiente, però, a metter fine agli orrori: gli smascheramenti vengono spesso ripetuti, sempre con il contorno di pestaggi selvaggi.

Ma c’è dell’altro; lo intuiscono i nuovi arrivati, lo sanno bene gli altri. Non è mai sufficiente quello che si dichiara, agli “smascheramenti” seguono le “autobiografie”. Lo scopo finale è la completa trasformazione dell’individuo – la “metamorfosi” - che, una volta rieducato, verrà premiato entrando a far parte della schiera dei carnefici, facendo agli altri quello che era stato fatto a lui.

E’ un’opera di brutale ingegneria psicologica che mira all’ assoluta alienazione da se stessi per condurre, infine, alla simbiosi con ciò che il carnefice desidera ascoltare. L’aguzzino attende sempre nuove parole a conferma delle peggiori depravazioni, da lui supposte e spesso suggerite, che deve aver commesso chi non ha acquisito le basi elementari del perfetto estimatore delle meraviglie del comunismo.

Le autobiografie sono elenchi sempre più dettagliati e fantasiosi, prodotto degli stimoli realizzati tramite le peggiori torture, di perversioni di natura sessuale inimmaginabili in uomini qualsiasi, figuriamoci in soggetti  onesti e timorati di Dio. Le torture aiutano l’immaginazione ad inventare: camminare carponi ed essere costretti a baciare le parti posteriori degli altri prigionieri, ad esempio, può servire a raccontare simili cose di sé o dei propri genitori che, alla fine del trattamento, non rappresentano più nulla se non dei nomi graditi al carnefice, associati alle azioni più schifose e pronunciati nella vana speranza di mettere fine alle umiliazioni e alle violenze.

Solo la morte, un cristiano martirio, potrebbe salvare le anime; ma sono proprio quelle l’obiettivo dei carnefici: “Se uno di voi chiedesse di morire…cosa dovrei rispondergli?” – chiese un giorno Turcanu. E, insistendo, pose di nuovo la domanda al giovane studente Munteanu che era stato un legionario.

“Pensaci, e ragiona da legionario. Lo sei stato, no? Un vero legionario”. “Tu, come parecchi dei tuoi compagni, forse avresti alzato la mano [chiedendo di morire, n.d.r.]. Prima che noi ti smascherassimo, certo”. “Non voglio nient’altro che una bella morte da legionario! Mi pare di sentirti”. “Sì, ma allora, mio caro legionario Munteanu, noi avremmo fatto il vostro gioco. Perché siete tutti esaltati, fanatici, vi sarebbe piaciuta l’idea di diventare martiri”. “Non cantavate tutti voi: per i traditori noi abbiamo il piombo dei nostri fucili?” “Ebbene, eccolo il traditore. Chi è allora che vuole sparargli?” Nessuno rispose al suo invito. “Siete rifiuti, nient’altro. Tutti, dal primo all’ultimo. Relitti, non più uomini. Né legionari”. (4) La mancata adesione all’invito precedente e l’inazione di Munteanu davanti  ad un rasoio lasciato lì dall’aguzzino per invitarlo al suicidio, saranno il preludio per l’ennesimo pestaggio.

Il perfetto legionario era un buon cristiano, temprava il proprio spirito per mezzo di preghiera, privazioni, digiuno. La fede in Dio era il male peggiore per il regime, il cancro più difficile da estirpare, il metodo Pitesti non poteva ignorarlo. Le pratiche rieducative in questo campo seguivano con terribile, diabolica coerenza la metodologia precedentemente illustrata con l’aggravante che l’offesa al Sacro costituiva. Oscene parodie di Messe e feste religiose, su tutte il Natale e la Pasqua, miravano a sradicare dai cuori e dalle menti ogni residuo di anima, avevano come obiettivo l’annullamento di ogni spiritualità e con essa di ogni radicata umanità. Chi resisteva, sorretto dalla fede, si guadagnava la qualifica di “mistico”:

“Le simulazioni su argomenti religiosi, le messe nere per Pasqua o Natale, sconvolgevano i detenuti. In queste occasioni, coloro che soffrivano di più erano gli studenti di teologia. Vestiti come “Cristo”, in abiti sacerdotali sporchi di escrementi, erano obbligati a dare la “comunione” di urina e di feci. Al posto della croce gli veniva confezionato un fallo di sapone che gli altri detenuti erano obbligati a baciare. I detenuti erano costretti a cantare i canti della Messa ma con i testi cambiati, con delle parole schifose che offendevano Gesù e la Vergine Maria”. (5)

Alla fantasia perversa degli aguzzini non c’erano limiti. Se la pedagogia cristiana e legionaria mirava ad una sana rinuncia a se stessi, la diabolica pedagogia di Pitesti si proponeva di estirpare ogni carattere che non corrispondesse all’astratta insana utopia, generata dai “filosofi” e applicata dai burocrati di Partito, allo scopo di ridurre l’uomo a relitto. Non a caso, è proibito pregare e la notte, perennemente illuminata da un’insopportabile luce accecante, il controllo è continuo e totale proprio per evitare che qualcuno possa farlo, così come è vietato fare il segno della croce, se non con la lingua e tenendo la bocca chiusa. 

Non mi riesce, giunto fin qui, di scrivere altro sulle orrende pantomime sacrileghe, il solo ripeterne l’andamento blasfemo mi ripugna; anche se, nella veste edulcorata conferita da certa letteratura e da certo cinema di successo, molte delle menzogne inculcate e sceneggiate in quella prigione vengono ripetute anche oggi, ottenendo notevole successo (si pensi alle sacrileghe menzogne su Gesù e la Maddalena).

Mi chiedo: come poteva un individuo passato da Pitesti riacquistare la propria dignità? Come cancellare l’esperienza concreta ed ossessiva della propria sperimentata e totale disumanizzazione? Com’era possibile recuperare l’armonia con la propria coscienza? Pochi resistevano, la maggior parte, rieducata, passava tra i carnefici. Alcuni evitarono questo risultato, nel 1952, solo grazie alla fine dell’esperimento. Traian Popescu, ad esempio, racconta che si trovava nella cella chiamata infermeria per riprendersi dalla più recente razione di percosse e che quando fu dimesso le torture erano cessate. Afferma, però, che in caso contrario si sarebbe comportato, molto probabilmente, come la maggioranza dei prigionieri. (6)


Epilogo

Mi affido alle parole di Dario Fertilio che, con il suo “Musica per lupi”, ha recentemente portato alla luce qui in Italia, in modo certamente meritorio, gli orrori di Pitesti: “Quando l’operazione fu bloccata, la verità ormai scottava. Il governo di Petru Groza e Ana Pauker aveva lasciato mano libera al Ministro dell’Interno Teohari Georgescu , che aveva trasmesso l’ordine al capo della polizia segreta, generale Alexandru Nikolski, che aveva incaricato dell’esecuzione il colonnello Zeller, (morto suicida alla vigilia dell’incriminazione, n.d.r.) che l’aveva affidata  al direttore della prigione di Pitesti, Dumitrescu, il quale aveva reclutato fra i condannati Turcanu e i suoi, perché agissero senza scrupoli. Fu inevitabile revocare gli ordini e scaricare le colpe. Ci pensò il generale Alexandru Petrescu a indirizzare verso i plotoni d’esecuzione quelli che dovevano essere sacrificati. La fucilazione di Turcanu e dei suoi complici fu eseguita nel 1954, segretamente, in stile bolscevico. Il Ministero dell’Interno, o MAI, voltò pagina come se niente fosse accaduto”. (7)

Anche il teorema processuale seguì il copione che aveva ispirato la barbarie degli ideatori (illuminati da certe teorie del “pedagogista” sovietico Makarenko, le cui ossessioni rieducative appaiono spesso più che edulcorate nei manuali della disciplina) e degli esecutori. Turcanu, che era stato un legionario, sarebbe stato ispirato dagli emigrati di Horia Sima, con l’appoggio americano, mettendo in scena l’orrore, complice l’imperdonabile leggerezza delle autorità carcerarie, per screditare ed infamare lo stato socialista che il proletariato rumeno stava edificando. Il principale obiettivo politico della rieducazione, la Legione dell’Arcangelo Michele - in perfetto stile giacobino e marxista -  diventava responsabile della barbarie, chiudendo così un cerchio che si era aperto con la necessità di trattare i legionari con un sistema particolare.

Nonostante tutto, però, il tentativo fallì: “Stalin non poteva immaginare che ci fossero ancora delle persone capaci di resistere a tutte le prove e ai metodi studiati a lungo da Makarenko e da altri,  probabilmente aiutati da Satana. L'esperimento Pitesti è riuscito parzialmente, la sua estensione a tutta la popolazione romena è fallita, ed è per questo possibile, ora, conoscerlo nei dettagli, così non sarà mai possibile ripeterlo da nessuna parte del mondo. Se Stalin avesse saputo che il suo progetto sarebbe finito così, non lo avrebbe applicato neanche, perché questo è l'argomento con cui tutta l'ideologia marxista viene demolita”. (Dan Lucinescu, testimone sopravvissuto) (8)

 “L'esperimento Pitesti […]è anche ciò che ha demolito l'intero sistema. Ci dimostra come questo sia stato diabolico, come  abbia voluto annullare l'individuo....non trasformandolo in un animale, ma in qualcosa al di sotto di un animale. Non si può immaginare un abbrutimento simile...per questo il comunismo non sarà mai l'ideologia scelta da qualche popolo. L'uccisione dell'anima è specifica del comunismo”. (Emil Sebesan, testimone sopravvissuto)  (9)

Ma, come sappiamo, e come sanno i legionari e gli oppositori  sopravvissuti alle bolge di Pitesti, l’anima è - malgrado gli ideatori di quell’inferno per innocenti - immortale e non è possibile dubitare che, parafrasando le parole di Dan Lucinescu, a Pitesti Satana abbia fatto un favore a Dio, perché tutti quelli che non hanno accettato questo esperimento e sono stati uccisi non possono essere che santi. (10) 
Giuseppe Provenzale


Note

[1] Tratto da: Dario Fertilio “Musica per lupi”– Marsilio, Venezia marzo 2010, pp.31-36
[2] Ibidem, p.45
[3] Ibidem, p. 46
[4]
Ibidem, pp.109-110
[5] Alin Muresan, Pitesti. "Cronica unei sinucideri asistate" - Editura Polirom, 2007 tratto dal sito www.thegenocideofthesouls
[6] http://www.thegenocideofthesouls.org/public/italiano/testimonianze-dei-sopravvissuti/
[7] Op. cit. pp.12-13
[8] http://www.thegenocideofthesouls.org/public/italiano/testimonianze-dei-sopravvissuti/
[9] Ibidem
[10] Ibidem


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